IN AUTOBUS
di Starseed Gioy
Incredibilmente qualche seggiolino libero.
Mi accaparro un posto insperato.
Mi guardo intorno: la solita variopinta varietà di esseri umani.
Quasi di fronte a me, sul lato opposto , un adolescente, presumibilmente straniero. Riccioluto, magro,dinoccolato, stranamente senza cellulare, stravaccato, con i piedi appoggiati sul sedile di fronte a lui.
Dentro di me inizia un movimento oscillante: glielo dico o non glielo dico?
Scatta istintiva la simpatia - sintonia con l’adolescente a contatto con la freschezza della sua età , poco curante delle regole e delle norme che regolano il nostro convivere.
E insieme si insinua l’istinto del genitore: ma se nessuno glielo dice, ai giovani, queste cose, come fanno a trovare i modi per inserirsi armonicamente nel mondo degli adulti? Chi insegna che ci sono segni di rispetto delle cose comuni? Quando saranno diventati degli adulti irrispettosi, scateneranno le nostre ire e le nostre rimostranze.
Ondeggio per un po’ tra le due posizioni. Quale avrà la mia priorità? Il senso ( inadeguato ) di libertà o la preoccupazione (limitante - ma anche amorevole) del genitore?
Alla fine gentilmente lo chiamo: Ehi, ragazzo! (indicando i piedi) Non va mica bene così!
Mi lanci un’occhiata, con sollecitudine toglie i piedi dal sedile. Continuiamo il viaggio, lui stravaccato, io tutta presa nei miei pensieri.
Entrambi ondeggianti nella diversità dei nostri mondi, affidati ai sobbalzi irregolari del mezzo di trasporto.
FAMIGLIA
di Starseed Gioy
Il primo commovente tentativo di costruzione lessicale di nostro figlio di due anni, agli esordi dei suoiesperimenti linguistici: Mamma! Mamma! Papà.
Questa frase è rimasta nello storico della nostra memoria.
Per questo ci siamo impegnati a non decostruire nel tempo questa relazione famigliare, il nido, l’alveodove convergono le storie personali, gli eventi, le provocazioni della vita.
Non è stato sempre facile. A volte abbiamo dovuto colmare distanze con faticosi percorsi diriavvicinamento, a volte abbiamo condiviso significati ed eventi, avventure e disavventure, affrontatoburrasche e imprevisti; molte distanze sono rimaste a segnare le nostre individualità.
Un lavoro di relazione compiuto da tutti e il tempo ci ha segnato.
Il tempo lascia i suoi segni indelebili, che saranno la nostra bellezza futura, una filigrana di cicatrici, itatuaggi della nostra storia insieme.
Ma bisogna volerlo.
Bisogna lasciare volare via illusioni e delusioni, scavare fondamenta, erigere muri portanti, delineare spazie riempirli di opere d’arte.
Impegnativo ma entusiasmante.
E voltandoci indietro vediamo quale dimora abbiamo realizzato: quella durerà per sempre nella strutturadell’Universo, anche quando qualcuno di noi volerà via, o per costruire il suo nido nuovo, o per prendere lastrada del cielo.
CASA
di Starseed Gioy
Non si può vivere senza prendere e non si può vivere senza dare.
Quando ero un neonato prendevo, prendevo, prendevo. Altro non potevo fare. Mamma mi dava tutto quello che era in suo potere di darmi.
Poi la realtà si è imposta, piano piano, lentamente, progressivamente, inesorabilmente. Mi ha insegnato a cedere quello che credevo mio …
Mi piaceva tanto la scuola, incontrare i compagni, condividere i giochi, imparare le cose nuove, le cose difficili, come le regole da seguire … ma lo facevamo insieme.
Poi gli strappi, gli spostamenti di ambiente, la perdita degli amici, dover costruire nuovi punti di riferimento … scoprire che donando qualcosa di sé si costruiscono i mattoni, e con i mattoni si fanno i muri, quelli che servono a edificare le case, e le case sono dimore: c’è “house” e c’è “home”. Nelle case ci stanno i corpi, nelle dimore ci stanno le anime.
Nella mia anima ci stanno anche i posti per ospitare altre anime …
Anni, sono passati anni di fatiche, incontri, lutti, ricostruzioni, cose perse e cose donate.
Quando ti incontro e mi parli so che mi doni qualcosa di te, un punto prezioso di luce nel grande Universo.
E ti ringrazio che esisti.
QUI E ORA
di Starseed Gioy
WOW, con questi muscoli qualcuna la carico. Basta che sia bella, simpatica, socievole. Ridiamo insieme, beviamo qualcosa insieme … e poi: ZAC!
Magari è meglio se mi metto quella camicia un po’ strana, fa trend … alle donne di solito piace.
Ahhh …
Però è strano.
Ci salutiamo: ci rivediamo, è stato bello.
Ma resta una strana nostalgia, manca qualcosa.
C’è l’anima che scalpita.
L’anima come un vaso con un foro alla base. Lo riempi d’acqua ma un rivolo sottile si porta via il contenuto… e il vaso resta vuoto.
L’anima continua ad aver sete … Troverò mai un incontro che sazi veramente? C’è sempre una sottile insoddisfazione, una attesa del futuro, un qualcosa al di là dell’attimo presente.
Nel “qui” c’è un fremito, un tremore baluginante che non capisco cosa sia.
Sembra così facile prendere le cose, usarle, magari goderne, magari arrabbiarsi, magari condividerle. Ma poi non basta.
Finirà questa ricerca incessante? Dove trovo la compostezza della quiete? Qual è il vaso capace di contenere acqua per la vita?
'HO' OPONOPONO
di Starseed Gioy
Oggi una cosa bellissima e difficilissima. Si chiama Ho’oponopono. L’ IA ( Intelligenza Artificiale) spiega: l' Ho' oponopono è un' antica pratica hawaiana di riconciliazione e perdono, focalizzata sulla risoluzione dei conflitti interiori ed esteriori attraverso la ripetizione di un mantra: "Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo". Questa tecnica mira a ripulire la mente da memorie negative e a prendersi la piena responsabilità della propria realtà, promuovendo pace interiore, benessere emotivo e guarigione.
È il modo di salvare la vita, realizzare il perdono e quindi amare. Vuol dire penetrare in profondità dentro il reale malato, dentro le situazioni marce. Vuol dire assumersi la piena responsabilità di tutti gli aspetti malati delle situazioni in cui siamo coinvolti, anche quegli aspetti non creati da noi ma da qualcun altro, che ci coinvolgono.
Se un’opera d’arte, alla cui realizzazione collaboro con altri, ha degli aspetti disarmonici, questo coinvolge anche me e conviene correggere l’ opera perché arrivi la bellezza a chi osserva indipendentemente da chi ha realizzato gli errori e le disarmonie.
Se uno strumento suona male, rovina tutta l’esecuzione dell’orchestra, e conviene correggere le stonature per rispettare l’armonia che vogliamo raggiunga chi ascolta.
Non pensiamo che a deturpare l’equilibrio siano sempre gli altri. I problemi che ci rincorrono nella vita affondano le loro radici anche nelle memorie che si ripetono incessantemente dentro di noi. 'H'oponopono comincia da noi stessi, si prende prima di tutto cura del problema che è dentro di noi.
In sintesi, i quattro passi di ' Ho 'oponopono sono: GRAZIE (per ciò che sono); TI AMO (nella realtà attuale, come sei); MI DISPIACE (per il problema che si è creato); PERDONAMI (per la mia parte di responsabilità).
Questo percorso permette una trasmutazione delle situazioni ristabilendole alle condizioni originarie.
Quando ho conosciuto 'Ho'oponopono sono rimasta folgorata dalla grande profondità di coscienza e di consapevolezza richieste, e qualcosa dentro di me ha vibrato, entrato in risonanza, ho sentito di aver trovato una cosa giusta che mi avrebbe aiutato a crescere. E ogni volta che mi trovo in qualche situazione sgradevole, anche se non creata da me e mi ricordo di 'Ho'oponopono e attualizzato il percorso, mi trovo spiazzata, proiettata in un modo diverso di vedere la vita e ciò che accade e con l’esperienza di aver trovato il modo buono di stare dentro le cose.
E per questo grata. Aperta da cogliere la realtà come si presenta. Addolorata per la nostra incapacità di vivere con semplicità gli avvenimenti. Desiderosa di creare dentro di me le condizioni che superano gli ostacoli che io stessa pongo ad una nuova realtà.
OBLIO
di Starseed Gioy
Ora mi sparo la dose quotidiana di droga elettronica.
Che bello non pensare, non entrare a contatto con il mio cuore e con il dolore che ci sta dentro … essere trattenuto nella superficie per fare surf tra i flutti. È impegnativo e distraente. E’ il mio Lete, il mio fiume dell’oblio e ogni volta che lo attraverso dimentico chi sono.
Andare a fondo, lasciarmi scivolare sul fondo del mare è pericoloso, perché mi mette a contatto col dolore, con la domanda di senso, con la percezione che la realtà è una illusione, come insegna la fisica quantistica.
Nel fondo del mare c’è silenzio. Nel silenzio, si scoprono tante cose: io non sono quello che credo di essere. Non sono quello che ho, che possiedo. Di solito penso di essere una persona che ha un’anima. Ma nel silenzio scopro che sono un’anima immortale che momentaneamente ha un corpo. Non possiamo avere ciò che siamo, e non possiamo essere ciò che abbiamo.
Nel silenzio sento il dolore, sento ciò che fa male, ciò che mi separa da me stesso, e il dolore è sacro. Il dolore ci fa contattare ciò che appartiene a Dio.
Il medicamento è l’amore: l’amore è l’unica cosa reale in un mondo di illusione, è la manifestazione del nostro essere divino, è condivisione dell’essere, è il modo per restituire noi a noi stessi. E’ un viaggio infinito che comincia …
Ma che fatica! Ma chi me lo fa fare?
Afferro il mio smartphone e comincio a scorrere la serie infinita dei post. Chissà che non ci sia qualcosa di interessante che soverchi quella sottile nostalgia di non so cosa (che fa capolino se solo trova un pertugio da dove si vede il cielo)!
PASQUA
di Starseed Gioy
Tu.
Cristo: mi incontri nel punto esatto in cui l’anima si incrocia con la terra e si veste di corpo.
E con me ne porti il peso, la gravità, la densità.
E mi doni la leggerezza del divino.
E ne nasce la vita.
Ai crocevia dei sentieri che si snodano nel tempo il cuore sa di Te, Compagno Infinito.
La “confort zone” mia sei Tu , che mi insegni ad essere, ad esistere e a camminare tra le pietre.
Cristo Pantocreatore_duomo di Monreale
RI - DIMENSIONAMENTO DELL’ANIMA
di Starseed Gioy
Ri - dimensionare l’anima significa ritrovare la dimensione giusta per l’ anima, dandole il posto e lo spazio che le spetta.
Di solito lo spazio che riserviamo all’anima è ristretto, esiguo, scarno.
C’è anche la tendenza opposta: lasciate tanto spazio alla parte di noi che non è visibile, dimenticandoci che apparteniamo alla terra e alla sua corporeità. Siamo fatti anche di ciò che terra è.
L’anima c’è, lo sappiamo, ma spesso la confondiamo con la psicologia, che è altrettanto invisibile, ma appartiene al corpo, è la parte non fisica del corpo.
Ma l’anima è altrove. Dentro l’anima c’è il nostro cuore. E’ lo sguardo che abbiamo guardandoci attorno, è il tocco con cui interagiamo con le cose, è l’apertura che lascia penetrare i significati, è il silenzio che ci dona una espansione infinita.
Viviamo un equilibrio delicato e instabile, mobile: l’anima è la “base sicura”, ma si mostra attraverso le “cose”, ha bisogno della spazio e del tempo per farsi vedere. La sfida, l’arte, è trovare il modo di creare pezzi di vita che manifestino l’anima.
QUALIA
di Starseed Gioy
I qualia…
Il pensiero dei qualia continua a rotearmi nel cervello.
Definizione di IA: I qualia (plurale del latino quale) sono gli aspetti soggettivi, qualitativi e fenomenici delle esperienze coscienti: il "come ci si sente" a percepire qualcosa. Esempi includono la "rossezza" del rosso, il dolore di un mal di testa, o il gusto del cioccolato. Sono esperienze private, non descrivibili fisicamente e costituiscono il "problema difficile" della coscienza.
I qualia ce li ripropone Federico Faggin. Persona insospettabile, persona di successo. Fisico, conosce la realtà, conosce la scienza. Non è un filosofo, non è uno spiritualista,
non è un religioso. Abituato a maneggiare fatti e pezzi di mondo. Viveva in Silicon Valley, ha inventato il microprocessore ed è “padre” dei PC che usiamo ogni giorno, ha creato industrie tuttora fiorenti (fu capo progetto e progettista del microprocessore Intel 4004 e responsabile dello sviluppo dei microprocessori Intel 8008, Intel 4040 e Intel 8080 e z80 e delle relative architetture. Fu anche lo sviluppatore della tecnologia MOS con gate di silicio (MOS silicon gate technology, che permise la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e RAM dinamiche e sensori CCD, gli elementi essenziali per la digitalizzazione dell' informazione.).
Italiano (ma guarda un po’!). Un italiano che non dà nulla per scontato nella sua vita.
Se ho ben capito i qualia sono alla base del funzionamento dell’universo , ma non appartengono alla visione meccanicistica della vita, bensì a quella spirituale, cioè non
fisica, non misurabile con i numeri. Incredibile.
Faggin ci racconta della sua esperienza diretta, della fonte delle sue intuizioni. Voleva sapere se IA (Intelligenza Artificiale) potesse diventare come noi, provare emozioni e sentimenti. Ha lavorato per anni convinto di riuscire nell’impresa, se sentimenti ed emozioni fossero frutto di algoritmi o processi riproducibili. Ma la risposta è: no, perché noi siamo il frutto di energia spirituale, composta dalla danza di mattoncini frequenziali di Amore (si, un fisico che parla di amore come fondante dell’ Universo!), ed il PC lavora su bit, combinazioni di 0/1, simboli inventati da noi.
Mi sento sul ciglio di un abisso: non abbiamo capito niente della realtà. La realtà è fatta di frequenze e di vuoto. E le frequenze sono qualia.
Buona riflessione, gente! Vi auguro veramente di trovarli i qualia, nei frammenti della
vostra carne! Io li sto cercando!
Grazie, Federico!
IN PALESTRA
di Starseed Gioy
Sul tapis roulant vicino al mio sale un amico.
- ciao
- ciao, come va?
- Bene, bene, abbastanza bene…
- e a casa?
- beh, sai, c’è la mamma che ha qualche problema … con l’ecografia le hanno trovato dei nodi sul fegato …
adesso bisogna fare degli accertamenti ulteriori!
- ( Mi si gela il sangue. Metastasi?) beh, sì, bisogna approfondire e vedere bene quale è il problema …
(povero amico mio, che brutta cosa che vi si disegna davanti! Davanti ai miei occhi si dipana il quadro nella sua prospettiva: i sospetti, le conferme, l’incredulità, la speranza che ci sia una via d’uscita, le comunicazioni definitive, la ricerca di possibili trattamenti, il pellegrinaggio da uno specialista all’altro senza tener conto della spesa, il non arrendersi e poi l’arrendersi all’evoluzione del male. La sensazione di impotenza, la ricerca di un senso …)
Certo che è un brutto periodo che vi si prospetta. Come vive mamma tutto questo? Sappi che qualsiasi cosa succeda, io ci sono. Ci sarò per aiutarvi ad affrontare quello che sarà da affrontare. Speriamo che la situazione non sia così pesante come temete …
Un po’ di tempo dopo. Il quadro si è chiarito. Purtroppo i dati confermano ciò che era apparso subito come probabile. Accolgo in silenzio la narrazione delle tappe progressive del disvelamento. Accolgo la comunicazione dello smarrimento, l’anticipazione del dolore del distacco che ora si sa sarà inevitabile, accolgo la paura della sofferenza. Accolgo la rabbia per i purtroppo inevitabili disguidi del percorso diagnostico – terapeutico.
Accompagno l’amico attraverso le tappe dolorose, senza evitare di dare il loro nome alle cose che accadono. Finchè si parla della morte. Questo evento non è un fantasma, non è qualcosa di innominabile; si può guardare in faccia la realtà, se ne può parlare, si può dare un nome ai sentimenti, lascare che le lacrime scorrano, e il grido di protesta si elevi. Sono qui ad ascoltarti e ad affiancarti, ad accompagnare te che accompagni tua madre nell’avvicendarsi delle generazioni. Ora tocca a te essere forte, ma ad essere forti bisogna imparare, quando la tempesta infuria. Bisogna imparare ad essere insieme forti e dolci, sostenenti e teneri, passo dopo passo finchè avrai passi da poter fare. E poi bisognerà imparare a lasciar andare: mamma, vai su, su, verso l’alto cielo, non fermarti quaggiù, non rimanere ancorata ad una inutile speranza di terra! Il tuo posto è lassù nell’alto del cielo, dove brilla la luce e risplende l’amore infinito.
Anche io vivrò questo passaggio, toccherà anche a me. E’ un dono sapere di questo passaggio, non seppellirlo nella tomba dell’evitamento, perché mi insegna quale è il peso delle cose, il valore di ciò che vale di ciò che è utile ma transitorio, e di ciò che è solo carta straccia.
IL CONTROLLO
di Starseed Gioy
Ho incontrato un amico. Una storia antica, vera: la caduta di un ginnasta dalle parallele.
Panico, incredulità, tragedia. Pellegrinaggi sanitari, viaggi all’estero, esito in tetraplegia non reversibile. I quattro arti non funzioneranno mai più. Vita di carrozzina a ruote, movimenti minimi delle dita, dipendenza assoluta da altri.
L’esistenza di tutti sconvolta per sempre.
Certe vite sono come fiumi in piena, rompono gli argini, travalicano qualsiasi possibilità di contenimento. Chi le incrocia deve per forza cambiare, stravolgere se stesso, i suoi progetti, i suoi obiettivi.
Il controllo assiduo perché si realizzino le cose che si desiderano non serve più.
Conviene lasciare che l’onda faccia il suo moto e assecondarla. Lasciarsi lambire, sommergere, lavare, portare dall’energia degli eventi e poi raccogliere i frutti del reflusso, dal pezzo di mare percorso non con i propri muscoli forti, ma trasportati dall’impeto dell’acqua.
Facile, no?
Dalla sua postazione immobile l’amico ha scalato un’altra montagna: una laurea, poi perfino un lavoro… sei un grande combattente, ci insegni che lingotti d’oro si possono trovare nei posti più imprevisti, che il succo vitale vero non ha il colore che credevamo ed è fatto del rosso del sangue, del blu del mare, del grigio plumbeo dell’angoscia, del tenero rosa confetto del cielo al tramonto e i raggi dorati del sole raccolgono a mazzo i nostri tortuosi sentieri.
Immagine: Cantico Cromatico . Acquerello su carta - Emanuela C. 2024
IO HO UN PADRONE
di Starseed Gioy
Ho un padrone. In realtà non so bene cosa vuol dire avere un padrone. Lui crede di possedere me, ma in realtà anche io possiedo lui. Ci siamo scelti a vicenda. Quando è venuto a prendermi ero piccolino e stavo ancora con la mia mamma. Ho annusato la sua mano e il suo odore mi è piaciuto, mi ha catturato; mi sono avvicinato e lui mi ha preso in braccio. Un buon profumo di umano … Forse a lui piaceva il mio colore … fatto sta che ci siamo adottati.
Ci sono tante cose che ho dovuto imparare, per esempio a miagolare come fanno gli umani, usando la voce con espressioni diverse in momenti diversi per comunicare cose diverse! Tra noi gatti non facciamo così. Ci basta stare vicini e ci capiamo. Ci sono miagolii specifici, come quando siamo in amore e cerchiamo la compagna, ma di solito non ci serve miagolare, ci basta esserci, guardarci, toccarci, leccarci.
Comunque voglio bene al mio umano. Bisogna che lo curi, che gli stia vicino, tocca a me assorbire le sue vibrazioni negative quando torna a casa dal lavoro. Ma cosa mai gli fanno, sul lavoro? Perché ci va in luoghi così pesanti? Perché non porta un po’ di amore lì dove va? Poi tocca a me raccogliere tutte queste scorie, passarla attraverso la mia lingua e il mio pelo per neutralizzarle!
Ma sono compiti che svolgo volentieri. Lui in cambio mi insegna a pensare. Che strana cosa! Mi insegna che esistono quelle che gli umani chiamano le emozioni, che sono contento quando lui c’è e triste quando sono da solo per tanto tempo; che quando vengono i suoi amici bisogna che anche loro entrino nel mio spazio vitale, anche se si siedono nel mio posto preferito sul divano. Ho imparato che esistono la nostalgia e la gratitudine. Sono contento di avere un umano da curare e per scambiarci amore.
Poi c’è una strana cosa, che lui non vede le cose che vedo io! Non so come sia possibile, ma lui non sente le vibrazioni che ci sono nella nostra casa, non vede le ombre che vengono a trovarci, proprio non percepisce che ci sono, e così spetta a me capire se sono cose buone che ci proteggono o vengono per disturbarci e così le mando via!
Credo proprio che lui ed io ci assomigliamo! Passeranno gli anni e condivideremo sempre più momenti diversi, imprevisti, incontri. E poi probabilmente succederà che me ne andrò prima di lui, così è la legge della vita, e lui ne soffrirà. Ma gli manderò un altro piccolo amico per accompagnarlo e creerà un altro tenero spazio nel suo cuore!
IN VETTA. IN COMPAGNIA
Luca, Triuggio. Lettera a Tracce – Litterae communionis settembre 2000
27 luglio 1984. Sono al bivacco della Fourche, davanti a me la Brenva, una parete alta un chilometro e mezzo e larga due, la mia intenzione è salirla in solitaria fino in vetta al Monte Bianco.
Il tempo è bello, sono allenato, è da molto tempo che attendo questo momento, ma adesso che sono così vicino a questo gigante, mi assale una velata paura. Sono le 17.00 e accanto a me altri alpinisti si stanno preparando per la salita dell' indomani. Tra loro ci sono due fratelli di Legnano con cui faccio amicizia. Mi corico presto senza addormentarmi.
Ore 3.00: ultimo controllo ai cinturini dei ramponi, alzo la testa, il cielo è stellato senza luna, il cono di luce della pila frontale si perde nel buio del pendio che mi appresto a salire; iniziano le difficoltà, sono cauto, non devo assolutamente sbagliare via.
Salgo veloce e guadagno rapidamente quota, ma improvvisamente si spegne la pila frontale lasciandomi al buio, i ramponi grattano sul granito alla ricerca affannosa di un piano dove appoggiare.
Impegnato come sono, non mi accorgo del crescere del vento che va via via aumentando, guardo istintivamente a destra da dove proviene, bloccandomi incredulo nel vedere il fronte di una tempesta che copre rapidamente il cielo raggiungendomi con violenza inaudita senza darmi il tempo di rendermene conto. Pianto i ramponi e le piccozze con forza nel ghiaccio per non farmi strappare via dalla parete; sono da solo nel mezzo di una tormenta nel cuore del Monte Bianco e mi assale la paura: cosa
faccio? Non posso tornare, cadrei. L'unica soluzione è salire approfittando degli intervalli che la furia del vento concede.
Cresce l'ansia di venire fuori, ma la neve soffice non sostiene il mio peso aumentando il rischio di precipitare.
La visibilità è zero e sono buttato a terra dal vento non so quante volte, poi non mi rialzo più, sono senza forze e mi sono perso, non capisco più qual è la direzione giusta.
Sono le 14.00: sono undici ore che lotto e la fatica ha mutato la paura in velata tristezza. L'idea di rialzarmi e camminare senza meta è insopportabile; penso ai miei cari ignari della situazione in cui mi trovo e per la prima volta penso che potrebbe essere la fine.
A un tratto tutto si ferma, il vento, il rumore, vedo per un raggio di 70 metri e scorgo tre sagome umane a poca distanza da me.
Salto su da terra e mi dirigo urlando verso di loro; grazie Gesù, mi hanno visto! La tempesta ha ripreso più violenta di prima, ma ora sono in compagnia, sono francesi e leggo nei loro volti la mia stessa stanchezza, ma dopo qualche minuto uno dei tre riprende a fatica la marcia in una direzione; gli altri lo seguono e anche io muovo qualche passo dietro a loro, poi mi domando: «Ma come fa a sapere che è la via giusta? E se la vetta fosse dall'altra parte?».
Ma l'incontro appena avvenuto, così imprevisto e insperato fino a pochi minuti prima, ha ridato scopo e vigore alla mia azione; legare il mio destino a quei tre è il gesto più ragionevole che possa fare, non è un ragionamento: è un'evidenza. Ora siamo in quattro a salire sul pendio flagellato dalla tormenta, ma sono più lento dei francesi che mi staccano di 7- 8 metri; mi accovaccio sfinito con la testa bassa per evitare i pezzetti di ghiaccio scagliati dal vento. Rialzo lo sguardo un attimo e vedo
che i tre francesi stanno per sparire in quell'inferno bianco. Poi, però, si fermano; il primo ha il capo voltato verso di me e con la mano mi invita a salire, non se ne va, rimane lì ad aspettarmi. Dopo diversi minuti, raccogliendo le mie ultime energie mi rialzo e li raggiungo; il primo mi afferra per le spalle scuotendomi, urla qualche cosa che non capisco, ma che suona come un incitamento, mi fa bere e poi riprendiamo a salire. Un passo dietro l'altro per un tempo interminabile, finché sento gridare lì
davanti: «Vingt metres, vingt metres!» (venti metri).
Ho capito bene? Esito a credere. All'improvviso la superficie sotto i ramponi si fa piana: è la vetta del Monte Bianco e la fine delle nostre fatiche, il primo dei francesi mi accenna un sorriso e io piango. Un'ora più tardi siamo definitivamente in salvo al bivacco Vallot, posto sul versante francese della montagna.
28 luglio: è una mattina splendida e silenziosa, irreale pensando a ieri. Mi sento pieno di gratitudine per i tre amici che lì accanto si stanno preparando per la lunga discesa verso Chamonix e grato a Dio per avermi ridato la vita quando ormai sembrava persa.
Giunto a Courmayeur apprendo che lassù, sul Bianco, in quelle ore drammatiche tirava un vento a 130 km/h e che ben quattro alpinisti hanno perso la vita.
Sono trascorsi sedici anni da quel fatto, ogni tanto mi torna alla mente, talvolta mi capita di raccontarlo a qualche amico, ma quello che mi è rimasto veramente dentro è come ciò che è vero per la mia vita, «il seguire un altro come rischio al Destino», incomprensibile allo sforzo di un ragionamento o di un calcolo, diventa evidente e semplice nell' esperienza quando sono sinceramente aperto al reale con la domanda che il bene per la mia vita si compia.
Bivacco della Fourche
Sperone della Brenva
IO SONO LA TERRA
di Starseed Gioy
Io sono la terra.
Io penso, sento, danzo … a volte mi arrabbio… quando mi calpestano senza rispetto. Gli umani, che sono figli miei (perché sono fatti della mia stessa materia, materia densa, sono io stessa che li faccio vivere e creo la loro parte materiale; senza di me non esisterebbero) non mi considerano, pensano che sia qualcosa di inerte, pensano che i miei sassi, le mie rocce, le mie montagne, i mari, le spiagge, siano solo cose senza anima, cose fatte per essere utilizzate a loro piacimento a volte senza criterio sensato. Io non parlo, ci sono già molte, troppe parole tra gli umani e tantissimi linguaggi diversi che nemmeno si capiscono gli uni con gli altri. Io non ho parole, ma creo eventi. Se sono felice inondo il cielo di rosa e di azzurro e così è tutto in armonia; se mi prude la pelle, la crosta terrestre trema, leggermente, ma se il disturbo è forte, il rischio di sconvolgimenti può essere alto; se sono triste, le mie lacrime scendono sulla terra a volte leggere, a volte copiose; quando mi arrabbio, e talvolta, ma sempre più spesso, accade, la mia energia si espande, se esplosiva può creare grossi danni. Ma voi sapete, perché siete fatti come me, siete fatti di me…per conoscermi basta che guardiate voi stessi, umani.
Grazie a me potete godere nel, guardarvi, ascoltarvi, annusarvi, toccarvi.
E provo anche tanta solitudine. Tutta la solitudine che anche voi conoscete. Tutto il dolore che anche voi conoscete. Le mie creature non mi considerano, con loro non posso danzare, loro non mi pensano. Mi usano, mi sfruttano, non ringraziano. Per loro non esisto se non come indispensabile supporto alle loro immaginazioni ed attività, non sempre benefiche e utili. Chi rimane connesso con me, con la mia anima con cui posso scambiare la pienezza di vivere, è tacciato diessere un primitivo, o un ingenuo, o uno visionario. La mia compagnia sono gli gnomi dei boschi, le ondine dei mari, le fatine dell’aria, ma la mente dell’uomo, no.
Io sono qui ad attenderti, dal giorno del Big Bang il pianeta blu ti aspetta!
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