INCLUSIONE
Quest’estate, in veste di accompagnatrice volontaria della FIE ( Federazione Italiana Escursionisti ) e di medico in quiescenza, ho avuto il piacere di accompagnare, per brevi passeggiate nei boschi della bassa ed alta Val di Susa, un gruppo di disabili motori e mentali, provenienti dalle Strutture esistenti in Valle come la Cooperativa “ Il Sogno di Una Cosa”
Il semplice gesto di spingere la carrozzina dei più gravi o aiutare la coordinazione motoria e la pianificazione del movimento di queste persone che presentano compromissione dell’equilibrio e delle abilità sia fino che grosso motorie, mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà che, nei miei anni di lavoro come MMG, è stata solo marginale.
Il camminare insieme è stato un continuo mettersi alla prova ed un salutare esercizio fisico. La preparazione dello zaino per alcuni o il riempimento delle borracce alla fontana per altri, la condivisione del cibo portato a spalle dai più forti non è stato vissuto come ostacolo ma come rete di aiuto e fiducia reciproca
Ho notato che il muoversi tra verde, fiori, acqua ed animali, in queste persone e non solo, stimola meraviglia ed incremento delle abilità motorie e socio relazionali. Alla fine delle giornate presentavamo tutti un tono dell’umore migliorato ed una maggior propensione alla comunicazione.
In questo periodo si parla spesso di “ inclusione “ e, con queste uscite, ho visto il termine astratto farsi reale. Le persone hanno trovato il coraggio di attraversare torrentelli, fare discese sconnesse fidandosi dell’aiuto che potevamo dare, hanno superato la timidezza salutando le persone che abbiamo incontrato sul cammino. Il loro modo di comunicare diretto e senza filtri mi ha insegnato che c’è un modo più autentico di comunicare e questo, alle volte, non è piacevole ma forse è più vero.
Quanti operatori sanitari in quiescenza potrebbero dare una mano in questa realtà regalandosi e regalando momenti di gioia e serenità?
Dott.ssa Emanuela Fiorio
GOTO DEROSSO
Ognuno di noi ha nel suo bagaglio personaggi, aneddoti, ricordi che portano emozioni, gratificazioni, rimpianti, riflessioni.
“Goto Derosso” (“goto” in dialetto veneto significa: bicchiere) era un personaggio noto in paese. Da sempre lo avevo visto barcollare sulla sua bicicletta, o sporadicamente spingerla a mano, su e giù per le strade, all’ epoca ancora non tutte asfaltate. Portava in bella vista sul risvolto di una giacca consunta un grosso distintivo con il simbolo di un partito politico a cui evidentemente accordava tutta la sua fiducia.
Non aveva mai espresso particolare aggressività o comportamenti socialmente inadeguati e quindi trascorreva la sua vita, costellata di ricreazioni in osteria, senza particolari problemi. Era una caratteristica macchietta fin dall’epoca della mia adolescenza, e si integrava tranquillamente nel mio scenario culturale. Avvenne che dopo i lunghi anni degli studi universitari, riapprodai al paese con la qualifica di Medico di Medicina Generale, e tra il novero dei miei mutuati comparve anche Goto Derosso. Fu una esperienza molto particolare. La sua venuta si preannunciava olfattivamente dalla fessura sotto la porta dello studio, provocando il fuggi – fuggi delle altre persone in attesa, a meno che non fossero obbligate a fermarsi da qualche faccenda urgente, che non permetteva procrastinazione; concordai con lui che per
ottenere la mia consulenza sarebbe stata buona cosa che si presentasse al termine dell’orario di ambulatorio, cosicché potessi dedicargli la attenzione dovuta al suo caso… cosi si ottenne un discreto compromesso tra le reciproche esigenze. Indossava cronicamente, indipendentemente dalla stagione, un paio di scarponcini alla caviglia, con una specie di pelo interno; gli corrisposi, invano, i soldi per
rinnovare le calzature, soprattutto in estate, ma un paio di scarpe da ginnastica non spuntò fuori mai. Era portatore di ulcere varicose agli arti inferiori, edematosi e puzzolenti. Decisi di provare a curarlo: per prima cosa gli ordinai una doccia quotidiana, o almeno un pediluvio … Con mio sommo disappunto venni così a scoprire che Goto dimorava nel garage di una casa di sua proprietà, e quindi le sue
condizioni diseredate non erano specificamente dovute a povertà economica, ma ad una condizione di disagio psichiatrico che lo aveva reso noto anche ai servizi pubblici, peraltro senza che si presentassero problematiche particolari. Non comparvero mai parenti disposti a seguirlo, ad accompagnarlo, e in realtà lui conduceva la sua vita da solitario, e non conobbi mai la sua storia personale. Sull’onda di un sottile sospetto, o forse spinta da una personale curiosità di osservazione scientifica, mi dedicai ad un trattamento dermatologico specifico ad un arto, con cure “adeguate” al caso in oggetto, mentre per quanto riguarda l’altro arto mi limitai ad una generica detersione e disinfezione. Il risultato? Le escare caddero all’unisono il medesimo giorno di medicazione, con mio esplicito stupore e innesco di approfondita riflessione sul significato delle cure mediche. Goto mi era grato, veniva volentieri da me, ma non riuscii a mutare un solo misero aspetto del suo stile di vita. Il nostro rapporto si interruppe a causa delle mie vicende personali che mi indussero a cambiamenti di luoghi e di attività di lavoro, e così persi di vista molte persone di cui non potei più seguire i percorsi vitali; alcune storie però rimasero indelebilmente nel mio cuore.
Chi era Goto? Prima di tutto per me era una persona. Una persona strana, con delle caratteristiche che lo portavano ad un limite della “gaussiana” del buon vivere, ma mi era molto chiaro che meritasse rispetto nella sua tipologia, anche se portatore di caratteristiche di
particolare difficoltà relazionale, anche se non allineato con i valori comunemente condivisi del vivere. In modo molto rigido aveva una sua etica e una sua vita interiore, intoccabile. Aiutarlo prima di tutto significava rispettarlo, e possibilmente innescare dei cambiamenti utili ma non eccessivi, pena il rifiuto o la destrutturazione personale. La storia della guarigione contemporanea delle sue ulcere, la storia dei lunghi anni di frequentazione del vino (di bassa qualità? Difficilmente la sua cantina poteva vantarsi di vini di eccellenza!) mi fece capire che il suo
organismo aveva trovato un particolare equilibrio tra il corpo e la psiche che non corrispondeva al mio concetto di “sano equilibrio”, ma che chiedeva accoglienza del suo essere così. Goto è diventato per me una icona dell’accompagnamento a chi si trova in situazioni molto
distanti dalla mia sensibilità. Prima di tutto è importante “stare con” la diversità, senza pretendere cambiamenti, senza richiedere adeguamenti ad un modello considerato prototipico di appropriatezza; poi cercare di entrare empaticamente “nelle sue scarpe” (nel caso del mio racconto, esperienza alquanto difficile!), capire la visione del mondo che l’altro ha, perché ci possono essere differenze molto grandi di tipo culturale, evolutivo, traumatico, esistenziale, intellettuale, filosofico, spirituale … Infine cercare di creare connessioni, ponti, sinergie, comprensioni reciproche, per costruire delle esperienze condivise di cui essere co – creatori, e che hanno la possibilità reale di incidere sull’esistente. Alla fin fine mi rimane un senso di gratitudine per questo individuo ai margini sociali: grazie
Goto, perché pur nella tua finitezza hai potuto contribuire ad un grande insegnamento!
Dott.ssa Rossana Centis