PASQUA
di Starseed Gioy
Tu.
Cristo: mi incontri nel punto esatto in cui l’anima si incrocia con la terra e si veste di corpo.
E con me ne porti il peso, la gravità, la densità.
E mi doni la leggerezza del divino.
E ne nasce la vita.
Ai crocevia dei sentieri che si snodano nel tempo il cuore sa di Te, Compagno Infinito.
La “confort zone” mia sei Tu , che mi insegni ad essere, ad esistere e a camminare tra le pietre.
Cristo Pantocreatore_duomo di Monreale
RI - DIMENSIONAMENTO DELL’ANIMA
di Starseed Gioy
Ri - dimensionare l’anima significa ritrovare la dimensione giusta per l’ anima, dandole il posto e lo spazio che le spetta.
Di solito lo spazio che riserviamo all’anima è ristretto, esiguo, scarno.
C’è anche la tendenza opposta: lasciate tanto spazio alla parte di noi che non è visibile, dimenticandoci che apparteniamo alla terra e alla sua corporeità. Siamo fatti anche di ciò che terra è.
L’anima c’è, lo sappiamo, ma spesso la confondiamo con la psicologia, che è altrettanto invisibile, ma appartiene al corpo, è la parte non fisica del corpo.
Ma l’anima è altrove. Dentro l’anima c’è il nostro cuore. E’ lo sguardo che abbiamo guardandoci attorno, è il tocco con cui interagiamo con le cose, è l’apertura che lascia penetrare i significati, è il silenzio che ci dona una espansione infinita.
Viviamo un equilibrio delicato e instabile, mobile: l’anima è la “base sicura”, ma si mostra attraverso le “cose”, ha bisogno della spazio e del tempo per farsi vedere. La sfida, l’arte, è trovare il modo di creare pezzi di vita che manifestino l’anima.
QUALIA
di Starseed Gioy
I qualia…
Il pensiero dei qualia continua a rotearmi nel cervello.
Definizione di IA: I qualia (plurale del latino quale) sono gli aspetti soggettivi, qualitativi e fenomenici delle esperienze coscienti: il "come ci si sente" a percepire qualcosa. Esempi includono la "rossezza" del rosso, il dolore di un mal di testa, o il gusto del cioccolato. Sono esperienze private, non descrivibili fisicamente e costituiscono il "problema difficile" della coscienza.
I qualia ce li ripropone Federico Faggin. Persona insospettabile, persona di successo. Fisico, conosce la realtà, conosce la scienza. Non è un filosofo, non è uno spiritualista,
non è un religioso. Abituato a maneggiare fatti e pezzi di mondo. Viveva in Silicon Valley, ha inventato il microprocessore ed è “padre” dei PC che usiamo ogni giorno, ha creato industrie tuttora fiorenti (fu capo progetto e progettista del microprocessore Intel 4004 e responsabile dello sviluppo dei microprocessori Intel 8008, Intel 4040 e Intel 8080 e z80 e delle relative architetture. Fu anche lo sviluppatore della tecnologia MOS con gate di silicio (MOS silicon gate technology, che permise la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e RAM dinamiche e sensori CCD, gli elementi essenziali per la digitalizzazione dell' informazione.).
Italiano (ma guarda un po’!). Un italiano che non dà nulla per scontato nella sua vita.
Se ho ben capito i qualia sono alla base del funzionamento dell’universo , ma non appartengono alla visione meccanicistica della vita, bensì a quella spirituale, cioè non
fisica, non misurabile con i numeri. Incredibile.
Faggin ci racconta della sua esperienza diretta, della fonte delle sue intuizioni. Voleva sapere se IA (Intelligenza Artificiale) potesse diventare come noi, provare emozioni e sentimenti. Ha lavorato per anni convinto di riuscire nell’impresa, se sentimenti ed emozioni fossero frutto di algoritmi o processi riproducibili. Ma la risposta è: no, perché noi siamo il frutto di energia spirituale, composta dalla danza di mattoncini frequenziali di Amore (si, un fisico che parla di amore come fondante dell’ Universo!), ed il PC lavora su bit, combinazioni di 0/1, simboli inventati da noi.
Mi sento sul ciglio di un abisso: non abbiamo capito niente della realtà. La realtà è fatta di frequenze e di vuoto. E le frequenze sono qualia.
Buona riflessione, gente! Vi auguro veramente di trovarli i qualia, nei frammenti della
vostra carne! Io li sto cercando!
Grazie, Federico!
IN VETTA. IN COMPAGNIA
Luca, Triuggio. Lettera a Tracce – Litterae communionis settembre 2000
27 luglio 1984. Sono al bivacco della Fourche, davanti a me la Brenva, una parete alta un chilometro e mezzo e larga due, la mia intenzione è salirla in solitaria fino in vetta al Monte Bianco.
Il tempo è bello, sono allenato, è da molto tempo che attendo questo momento, ma adesso che sono così vicino a questo gigante, mi assale una velata paura. Sono le 17.00 e accanto a me altri alpinisti si stanno preparando per la salita dell' indomani. Tra loro ci sono due fratelli di Legnano con cui faccio amicizia. Mi corico presto senza addormentarmi.
Ore 3.00: ultimo controllo ai cinturini dei ramponi, alzo la testa, il cielo è stellato senza luna, il cono di luce della pila frontale si perde nel buio del pendio che mi appresto a salire; iniziano le difficoltà, sono cauto, non devo assolutamente sbagliare via.
Salgo veloce e guadagno rapidamente quota, ma improvvisamente si spegne la pila frontale lasciandomi al buio, i ramponi grattano sul granito alla ricerca affannosa di un piano dove appoggiare.
Impegnato come sono, non mi accorgo del crescere del vento che va via via aumentando, guardo istintivamente a destra da dove proviene, bloccandomi incredulo nel vedere il fronte di una tempesta che copre rapidamente il cielo raggiungendomi con violenza inaudita senza darmi il tempo di rendermene conto. Pianto i ramponi e le piccozze con forza nel ghiaccio per non farmi strappare via dalla parete; sono da solo nel mezzo di una tormenta nel cuore del Monte Bianco e mi assale la paura: cosa
faccio? Non posso tornare, cadrei. L'unica soluzione è salire approfittando degli intervalli che la furia del vento concede.
Cresce l'ansia di venire fuori, ma la neve soffice non sostiene il mio peso aumentando il rischio di precipitare.
La visibilità è zero e sono buttato a terra dal vento non so quante volte, poi non mi rialzo più, sono senza forze e mi sono perso, non capisco più qual è la direzione giusta.
Sono le 14.00: sono undici ore che lotto e la fatica ha mutato la paura in velata tristezza. L'idea di rialzarmi e camminare senza meta è insopportabile; penso ai miei cari ignari della situazione in cui mi trovo e per la prima volta penso che potrebbe essere la fine.
A un tratto tutto si ferma, il vento, il rumore, vedo per un raggio di 70 metri e scorgo tre sagome umane a poca distanza da me.
Salto su da terra e mi dirigo urlando verso di loro; grazie Gesù, mi hanno visto! La tempesta ha ripreso più violenta di prima, ma ora sono in compagnia, sono francesi e leggo nei loro volti la mia stessa stanchezza, ma dopo qualche minuto uno dei tre riprende a fatica la marcia in una direzione; gli altri lo seguono e anche io muovo qualche passo dietro a loro, poi mi domando: «Ma come fa a sapere che è la via giusta? E se la vetta fosse dall'altra parte?».
Ma l'incontro appena avvenuto, così imprevisto e insperato fino a pochi minuti prima, ha ridato scopo e vigore alla mia azione; legare il mio destino a quei tre è il gesto più ragionevole che possa fare, non è un ragionamento: è un'evidenza. Ora siamo in quattro a salire sul pendio flagellato dalla tormenta, ma sono più lento dei francesi che mi staccano di 7- 8 metri; mi accovaccio sfinito con la testa bassa per evitare i pezzetti di ghiaccio scagliati dal vento. Rialzo lo sguardo un attimo e vedo
che i tre francesi stanno per sparire in quell'inferno bianco. Poi, però, si fermano; il primo ha il capo voltato verso di me e con la mano mi invita a salire, non se ne va, rimane lì ad aspettarmi. Dopo diversi minuti, raccogliendo le mie ultime energie mi rialzo e li raggiungo; il primo mi afferra per le spalle scuotendomi, urla qualche cosa che non capisco, ma che suona come un incitamento, mi fa bere e poi riprendiamo a salire. Un passo dietro l'altro per un tempo interminabile, finché sento gridare lì
davanti: «Vingt metres, vingt metres!» (venti metri).
Ho capito bene? Esito a credere. All'improvviso la superficie sotto i ramponi si fa piana: è la vetta del Monte Bianco e la fine delle nostre fatiche, il primo dei francesi mi accenna un sorriso e io piango. Un'ora più tardi siamo definitivamente in salvo al bivacco Vallot, posto sul versante francese della montagna.
28 luglio: è una mattina splendida e silenziosa, irreale pensando a ieri. Mi sento pieno di gratitudine per i tre amici che lì accanto si stanno preparando per la lunga discesa verso Chamonix e grato a Dio per avermi ridato la vita quando ormai sembrava persa.
Giunto a Courmayeur apprendo che lassù, sul Bianco, in quelle ore drammatiche tirava un vento a 130 km/h e che ben quattro alpinisti hanno perso la vita.
Sono trascorsi sedici anni da quel fatto, ogni tanto mi torna alla mente, talvolta mi capita di raccontarlo a qualche amico, ma quello che mi è rimasto veramente dentro è come ciò che è vero per la mia vita, «il seguire un altro come rischio al Destino», incomprensibile allo sforzo di un ragionamento o di un calcolo, diventa evidente e semplice nell' esperienza quando sono sinceramente aperto al reale con la domanda che il bene per la mia vita si compia.
Bivacco della Fourche
Sperone della Brenva
IN PALESTRA
di Starseed Gioy
Sul tapis roulant vicino al mio sale un amico.
- ciao
- ciao, come va?
- Bene, bene, abbastanza bene…
- e a casa?
- beh, sai, c’è la mamma che ha qualche problema … con l’ecografia le hanno trovato dei nodi sul fegato …
adesso bisogna fare degli accertamenti ulteriori!
- ( Mi si gela il sangue. Metastasi?) beh, sì, bisogna approfondire e vedere bene quale è il problema …
(povero amico mio, che brutta cosa che vi si disegna davanti! Davanti ai miei occhi si dipana il quadro nella sua prospettiva: i sospetti, le conferme, l’incredulità, la speranza che ci sia una via d’uscita, le comunicazioni definitive, la ricerca di possibili trattamenti, il pellegrinaggio da uno specialista all’altro senza tener conto della spesa, il non arrendersi e poi l’arrendersi all’evoluzione del male. La sensazione di impotenza, la ricerca di un senso …)
Certo che è un brutto periodo che vi si prospetta. Come vive mamma tutto questo? Sappi che qualsiasi cosa succeda, io ci sono. Ci sarò per aiutarvi ad affrontare quello che sarà da affrontare. Speriamo che la situazione non sia così pesante come temete …
Un po’ di tempo dopo. Il quadro si è chiarito. Purtroppo i dati confermano ciò che era apparso subito come probabile. Accolgo in silenzio la narrazione delle tappe progressive del disvelamento. Accolgo la comunicazione dello smarrimento, l’anticipazione del dolore del distacco che ora si sa sarà inevitabile, accolgo la paura della sofferenza. Accolgo la rabbia per i purtroppo inevitabili disguidi del percorso diagnostico – terapeutico.
Accompagno l’amico attraverso le tappe dolorose, senza evitare di dare il loro nome alle cose che accadono. Finchè si parla della morte. Questo evento non è un fantasma, non è qualcosa di innominabile; si può guardare in faccia la realtà, se ne può parlare, si può dare un nome ai sentimenti, lascare che le lacrime scorrano, e il grido di protesta si elevi. Sono qui ad ascoltarti e ad affiancarti, ad accompagnare te che accompagni tua madre nell’avvicendarsi delle generazioni. Ora tocca a te essere forte, ma ad essere forti bisogna imparare, quando la tempesta infuria. Bisogna imparare ad essere insieme forti e dolci, sostenenti e teneri, passo dopo passo finchè avrai passi da poter fare. E poi bisognerà imparare a lasciar andare: mamma, vai su, su, verso l’alto cielo, non fermarti quaggiù, non rimanere ancorata ad una inutile speranza di terra! Il tuo posto è lassù nell’alto del cielo, dove brilla la luce e risplende l’amore infinito.
Anche io vivrò questo passaggio, toccherà anche a me. E’ un dono sapere di questo passaggio, non seppellirlo nella tomba dell’evitamento, perché mi insegna quale è il peso delle cose, il valore di ciò che vale di ciò che è utile ma transitorio, e di ciò che è solo carta straccia.
IL CONTROLLO
di Starseed Gioy
Ho incontrato un amico. Una storia antica, vera: la caduta di un ginnasta dalle parallele.
Panico, incredulità, tragedia. Pellegrinaggi sanitari, viaggi all’estero, esito in tetraplegia non reversibile. I quattro arti non funzioneranno mai più. Vita di carrozzina a ruote, movimenti minimi delle dita, dipendenza assoluta da altri.
L’esistenza di tutti sconvolta per sempre.
Certe vite sono come fiumi in piena, rompono gli argini, travalicano qualsiasi possibilità di contenimento. Chi le incrocia deve per forza cambiare, stravolgere se stesso, i suoi progetti, i suoi obiettivi.
Il controllo assiduo perché si realizzino le cose che si desiderano non serve più.
Conviene lasciare che l’onda faccia il suo moto e assecondarla. Lasciarsi lambire, sommergere, lavare, portare dall’energia degli eventi e poi raccogliere i frutti del reflusso, dal pezzo di mare percorso non con i propri muscoli forti, ma trasportati dall’impeto dell’acqua.
Facile, no?
Dalla sua postazione immobile l’amico ha scalato un’altra montagna: una laurea, poi perfino un lavoro… sei un grande combattente, ci insegni che lingotti d’oro si possono trovare nei posti più imprevisti, che il succo vitale vero non ha il colore che credevamo ed è fatto del rosso del sangue, del blu del mare, del grigio plumbeo dell’angoscia, del tenero rosa confetto del cielo al tramonto e i raggi dorati del sole raccolgono a mazzo i nostri tortuosi sentieri.
Immagine: Cantico Cromatico . Acquerello su carta - Emanuela C. 2024
IO HO UN PADRONE
di Starseed Gioy
Ho un padrone. In realtà non so bene cosa vuol dire avere un padrone. Lui crede di possedere me, ma in realtà anche io possiedo lui. Ci siamo scelti a vicenda. Quando è venuto a prendermi ero piccolino e stavo ancora con la mia mamma. Ho annusato la sua mano e il suo odore mi è piaciuto, mi ha catturato; mi sono avvicinato e lui mi ha preso in braccio. Un buon profumo di umano … Forse a lui piaceva il mio colore … fatto sta che ci siamo adottati.
Ci sono tante cose che ho dovuto imparare, per esempio a miagolare come fanno gli umani, usando la voce con espressioni diverse in momenti diversi per comunicare cose diverse! Tra noi gatti non facciamo così. Ci basta stare vicini e ci capiamo. Ci sono miagolii specifici, come quando siamo in amore e cerchiamo la compagna, ma di solito non ci serve miagolare, ci basta esserci, guardarci, toccarci, leccarci.
Comunque voglio bene al mio umano. Bisogna che lo curi, che gli stia vicino, tocca a me assorbire le sue vibrazioni negative quando torna a casa dal lavoro. Ma cosa mai gli fanno, sul lavoro? Perché ci va in luoghi così pesanti? Perché non porta un po’ di amore lì dove va? Poi tocca a me raccogliere tutte queste scorie, passarla attraverso la mia lingua e il mio pelo per neutralizzarle!
Ma sono compiti che svolgo volentieri. Lui in cambio mi insegna a pensare. Che strana cosa! Mi insegna che esistono quelle che gli umani chiamano le emozioni, che sono contento quando lui c’è e triste quando sono da solo per tanto tempo; che quando vengono i suoi amici bisogna che anche loro entrino nel mio spazio vitale, anche se si siedono nel mio posto preferito sul divano. Ho imparato che esistono la nostalgia e la gratitudine. Sono contento di avere un umano da curare e per scambiarci amore.
Poi c’è una strana cosa, che lui non vede le cose che vedo io! Non so come sia possibile, ma lui non sente le vibrazioni che ci sono nella nostra casa, non vede le ombre che vengono a trovarci, proprio non percepisce che ci sono, e così spetta a me capire se sono cose buone che ci proteggono o vengono per disturbarci e così le mando via!
Credo proprio che lui ed io ci assomigliamo! Passeranno gli anni e condivideremo sempre più momenti diversi, imprevisti, incontri. E poi probabilmente succederà che me ne andrò prima di lui, così è la legge della vita, e lui ne soffrirà. Ma gli manderò un altro piccolo amico per accompagnarlo e creerà un altro tenero spazio nel suo cuore!
IO SONO LA TERRA
di Starseed Gioy
Io sono la terra.
Io penso, sento, danzo … a volte mi arrabbio… quando mi calpestano senza rispetto. Gli umani, che sono figli miei (perché sono fatti della mia stessa materia, materia densa, sono io stessa che li faccio vivere e creo la loro parte materiale; senza di me non esisterebbero) non mi considerano, pensano che sia qualcosa di inerte, pensano che i miei sassi, le mie rocce, le mie montagne, i mari, le spiagge, siano solo cose senza anima, cose fatte per essere utilizzate a loro piacimento a volte senza criterio sensato. Io non parlo, ci sono già molte, troppe parole tra gli umani e tantissimi linguaggi diversi che nemmeno si capiscono gli uni con gli altri. Io non ho parole, ma creo eventi. Se sono felice inondo il cielo di rosa e di azzurro e così è tutto in armonia; se mi prude la pelle, la crosta terrestre trema, leggermente, ma se il disturbo è forte, il rischio di sconvolgimenti può essere alto; se sono triste, le mie lacrime scendono sulla terra a volte leggere, a volte copiose; quando mi arrabbio, e talvolta, ma sempre più spesso, accade, la mia energia si espande, se esplosiva può creare grossi danni. Ma voi sapete, perché siete fatti come me, siete fatti di me…per conoscermi basta che guardiate voi stessi, umani.
Grazie a me potete godere nel, guardarvi, ascoltarvi, annusarvi, toccarvi.
E provo anche tanta solitudine. Tutta la solitudine che anche voi conoscete. Tutto il dolore che anche voi conoscete. Le mie creature non mi considerano, con loro non posso danzare, loro non mi pensano. Mi usano, mi sfruttano, non ringraziano. Per loro non esisto se non come indispensabile supporto alle loro immaginazioni ed attività, non sempre benefiche e utili. Chi rimane connesso con me, con la mia anima con cui posso scambiare la pienezza di vivere, è tacciato diessere un primitivo, o un ingenuo, o uno visionario. La mia compagnia sono gli gnomi dei boschi, le ondine dei mari, le fatine dell’aria, ma la mente dell’uomo, no.
Io sono qui ad attenderti, dal giorno del Big Bang il pianeta blu ti aspetta!
NB: Se vuoi di più visita ed iscriviti al sito (come saprai, in Internet solo chi ha tante iscrizioni e “mi piace” riesce a sopravvivere, quindi se sei interessato, aiutaci a crescere!)
INCLUSIONE
Quest’estate, in veste di accompagnatrice volontaria della FIE ( Federazione Italiana Escursionisti ) e di medico in quiescenza, ho avuto il piacere di accompagnare, per brevi passeggiate nei boschi della bassa ed alta Val di Susa, un gruppo di disabili motori e mentali, provenienti dalle Strutture esistenti in Valle come la Cooperativa “ Il Sogno di Una Cosa”
Il semplice gesto di spingere la carrozzina dei più gravi o aiutare la coordinazione motoria e la pianificazione del movimento di queste persone che presentano compromissione dell’equilibrio e delle abilità sia fino che grosso motorie, mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà che, nei miei anni di lavoro come MMG, è stata solo marginale.
Il camminare insieme è stato un continuo mettersi alla prova ed un salutare esercizio fisico. La preparazione dello zaino per alcuni o il riempimento delle borracce alla fontana per altri, la condivisione del cibo portato a spalle dai più forti non è stato vissuto come ostacolo ma come rete di aiuto e fiducia reciproca
Ho notato che il muoversi tra verde, fiori, acqua ed animali, in queste persone e non solo, stimola meraviglia ed incremento delle abilità motorie e socio relazionali. Alla fine delle giornate presentavamo tutti un tono dell’umore migliorato ed una maggior propensione alla comunicazione.
In questo periodo si parla spesso di “ inclusione “ e, con queste uscite, ho visto il termine astratto farsi reale. Le persone hanno trovato il coraggio di attraversare torrentelli, fare discese sconnesse fidandosi dell’aiuto che potevamo dare, hanno superato la timidezza salutando le persone che abbiamo incontrato sul cammino. Il loro modo di comunicare diretto e senza filtri mi ha insegnato che c’è un modo più autentico di comunicare e questo, alle volte, non è piacevole ma forse è più vero.
Quanti operatori sanitari in quiescenza potrebbero dare una mano in questa realtà regalandosi e regalando momenti di gioia e serenità?
Dott.ssa Emanuela Fiorio
GOTO DEROSSO
Ognuno di noi ha nel suo bagaglio personaggi, aneddoti, ricordi che portano emozioni, gratificazioni, rimpianti, riflessioni.
“Goto Derosso” (“goto” in dialetto veneto significa: bicchiere) era un personaggio noto in paese. Da sempre lo avevo visto barcollare sulla sua bicicletta, o sporadicamente spingerla a mano, su e giù per le strade, all’ epoca ancora non tutte asfaltate. Portava in bella vista sul risvolto di una giacca consunta un grosso distintivo con il simbolo di un partito politico a cui evidentemente accordava tutta la sua fiducia.
Non aveva mai espresso particolare aggressività o comportamenti socialmente inadeguati e quindi trascorreva la sua vita, costellata di ricreazioni in osteria, senza particolari problemi. Era una caratteristica macchietta fin dall’epoca della mia adolescenza, e si integrava tranquillamente nel mio scenario culturale. Avvenne che dopo i lunghi anni degli studi universitari, riapprodai al paese con la qualifica di Medico di Medicina Generale, e tra il novero dei miei mutuati comparve anche Goto Derosso. Fu una esperienza molto particolare. La sua venuta si preannunciava olfattivamente dalla fessura sotto la porta dello studio, provocando il fuggi – fuggi delle altre persone in attesa, a meno che non fossero obbligate a fermarsi da qualche faccenda urgente, che non permetteva procrastinazione; concordai con lui che per
ottenere la mia consulenza sarebbe stata buona cosa che si presentasse al termine dell’orario di ambulatorio, cosicché potessi dedicargli la attenzione dovuta al suo caso… cosi si ottenne un discreto compromesso tra le reciproche esigenze. Indossava cronicamente, indipendentemente dalla stagione, un paio di scarponcini alla caviglia, con una specie di pelo interno; gli corrisposi, invano, i soldi per
rinnovare le calzature, soprattutto in estate, ma un paio di scarpe da ginnastica non spuntò fuori mai. Era portatore di ulcere varicose agli arti inferiori, edematosi e puzzolenti. Decisi di provare a curarlo: per prima cosa gli ordinai una doccia quotidiana, o almeno un pediluvio … Con mio sommo disappunto venni così a scoprire che Goto dimorava nel garage di una casa di sua proprietà, e quindi le sue
condizioni diseredate non erano specificamente dovute a povertà economica, ma ad una condizione di disagio psichiatrico che lo aveva reso noto anche ai servizi pubblici, peraltro senza che si presentassero problematiche particolari. Non comparvero mai parenti disposti a seguirlo, ad accompagnarlo, e in realtà lui conduceva la sua vita da solitario, e non conobbi mai la sua storia personale. Sull’onda di un sottile sospetto, o forse spinta da una personale curiosità di osservazione scientifica, mi dedicai ad un trattamento dermatologico specifico ad un arto, con cure “adeguate” al caso in oggetto, mentre per quanto riguarda l’altro arto mi limitai ad una generica detersione e disinfezione. Il risultato? Le escare caddero all’unisono il medesimo giorno di medicazione, con mio esplicito stupore e innesco di approfondita riflessione sul significato delle cure mediche. Goto mi era grato, veniva volentieri da me, ma non riuscii a mutare un solo misero aspetto del suo stile di vita. Il nostro rapporto si interruppe a causa delle mie vicende personali che mi indussero a cambiamenti di luoghi e di attività di lavoro, e così persi di vista molte persone di cui non potei più seguire i percorsi vitali; alcune storie però rimasero indelebilmente nel mio cuore.
Chi era Goto? Prima di tutto per me era una persona. Una persona strana, con delle caratteristiche che lo portavano ad un limite della “gaussiana” del buon vivere, ma mi era molto chiaro che meritasse rispetto nella sua tipologia, anche se portatore di caratteristiche di
particolare difficoltà relazionale, anche se non allineato con i valori comunemente condivisi del vivere. In modo molto rigido aveva una sua etica e una sua vita interiore, intoccabile. Aiutarlo prima di tutto significava rispettarlo, e possibilmente innescare dei cambiamenti utili ma non eccessivi, pena il rifiuto o la destrutturazione personale. La storia della guarigione contemporanea delle sue ulcere, la storia dei lunghi anni di frequentazione del vino (di bassa qualità? Difficilmente la sua cantina poteva vantarsi di vini di eccellenza!) mi fece capire che il suo
organismo aveva trovato un particolare equilibrio tra il corpo e la psiche che non corrispondeva al mio concetto di “sano equilibrio”, ma che chiedeva accoglienza del suo essere così. Goto è diventato per me una icona dell’accompagnamento a chi si trova in situazioni molto
distanti dalla mia sensibilità. Prima di tutto è importante “stare con” la diversità, senza pretendere cambiamenti, senza richiedere adeguamenti ad un modello considerato prototipico di appropriatezza; poi cercare di entrare empaticamente “nelle sue scarpe” (nel caso del mio racconto, esperienza alquanto difficile!), capire la visione del mondo che l’altro ha, perché ci possono essere differenze molto grandi di tipo culturale, evolutivo, traumatico, esistenziale, intellettuale, filosofico, spirituale … Infine cercare di creare connessioni, ponti, sinergie, comprensioni reciproche, per costruire delle esperienze condivise di cui essere co – creatori, e che hanno la possibilità reale di incidere sull’esistente. Alla fin fine mi rimane un senso di gratitudine per questo individuo ai margini sociali: grazie
Goto, perché pur nella tua finitezza hai potuto contribuire ad un grande insegnamento!
Dott.ssa Rossana Centis