Contributo da Simona De Vitis
Sono una Naturopata esperta in medicine olistiche, micoterapia, aromaterapia e fiori di Bach. Lavoro in Torino e mi sono trasferita in campagna perché credo fermamente che la natura sia una madre che accoglie e cura più di qualsiasi medicina
Vi racconto la mia ultima esperienza. Mi trovo a supportare in equipe con medici e biologi malati oncologici. Un mese e mezzo fa arriva da me un signore sui 60 anni, era alla seconda recidiva di cancro… partenza prostatica poi intestino per finire con metastasi peritoneali ed epatiche. È in cura con chemioterapia e tutti i protocolli allopatici ma i markers aumentano e le metastasi anche. In ospedale a Verduno gli dicono che non c'è più niente da fare, che deve salutare la famiglia (il suo sogno era vedere la figlia laureata) e prepararsi al peggio… così… freddamente, senza umanità o empatia o un minimo di tatto.
Arriva da me con le spalle curve, accartocciato su se stesso, gli occhi tristi e spenti. Con un filo di voce e gli occhi arrossati mi racconta la sua storia. Gli parlo, gli do coraggio, gli dico di dimenticare quella condanna per adesso. Si vedrà ora è qui vivo e vegeto. Ha le metastasi con un alto indice di metabolismo glucidico, gli hanno detto che può mangiare tutto...lui mangia soprattutto carboidrati, ovviamente! Gli dò qualche consiglio per attuare un'alimentazione più equilibrata e se, lo ritiene, gli suggerisco di farsi seguire da un nutrizionista. Gli consiglio la micoterapia, vitamina D che sotto i piedi. Lo sento una volta a settimana per stargli vicino e motivarlo. Mi chiama giovedì scorso con una voce allegra. Sta bene, si sente un toro, va tutto il giorno sul trattore, ha fatto la PET di controllo, nessun aumento, qualche lesione in lieve regressione, markers in discesa anche se lieve. La chemioterapia la regge meglio, giusto due giorni di nausea. Ma la frase più bella è stata questa "può essere allora che vedrò la laurea di mia figlia, mi sento benissimo". La sua voce allegra e squillante è il più bel regalo. Io non so dirgli cosa succederà ma i suoi giorni ora sono più sereni e ha voglia di vivere.
AMARE LA VITA, SEMPRE
Segnalo queste due belle testimonianze tratte dal Meeting per l'amicizia tra i popoli, tenutosi a Rimini in questi giorni: https://www.meetingrimini.org/eventi-totale/amare-la-vita-sempre/
Marco e Elisa Pirini, genitori casa Famiglia di Russi, Comunità Papa Giovanni XXIII; Andrea e Rachele Puligheddu, genitori di Ettore; I Terconauti: Damiano e Margherita Tercon con Philipp Carboni. Introduce Marco Maltoni, direttore Unità Cure Palliative Romagna, presidente Associazione Sul sentiero di Cicely – Per le Cure Palliative APS, Medicina e Persona. Modera Chiara Locatelli, responsabile Struttura Semplice – Unità Operativa “Comfort care perinatale e assistenza al neonato con malformazioni congenite” IRCCS Policlinico S. Orsola Bologna
Le esperienze di cura mostrano che vale la pena vivere una vita segnata dalla fragilità. Debolezza e limite sono i luoghi in cui emerge qualcosa di essenziale dell’umano, ma solo chi fa un’esperienza di amore senza misura lo può scoprire. Testimonianze di persone che vivono per la vita.
PIOVEVA A DIROTTO QUEL GIORNO
di Loredana Lapia*
**Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche, con formazione in Cure Complementari, lavora presso l’Ospedale Cotugno di Napoli
Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo aveva perso i suoi colori quasi a sintonizzarsi con lei… i toni di grigio si alternavano con il nero mentre un pò di bianco cercava di farsi strada ogni volta che una folata di vento improvvisa spingeva foglie, cose ed anche lei.
Lei, Marta, 40anni o forse più, testa bassa, cartellina fra le mani, camminava riparandosi con un ombrello che faticava a tenere aperto.
Non aveva altri pensieri che arrivare da quel medico che avrebbe sciolto un arcano, che le avrebbe dato una spiegazione, che le avrebbe dato una speranza.
Marta camminava senza osservare la strada. La sua attenzione era tutta nella speranza e nella soluzione che a breve le avrebbero dato.
Lei, madre di tre bambini, moglie, figlia, lavoratrice. Una persona solare, allegra, sempre disponibile e attenta camminava dentro un giorno completamente in contrasto con lei. Ecco arrivò in ospedale, mille pensieri correvano nella sua mente, il cuore le batteva veloce e nelle orecchie ne sentiva l’eco. Quante persone in questo ospedale, sguardi spenti, occhi tristi e umidi, figli che accompagnavano genitori, genitori che accompagnavano figli, mariti accompagnati da mogli e viceversa, ma lei, Marta, non aveva voluto che il marito l’accompagnasse, né tanto meno un genitore al quale non aveva neanche comunicato nulla.
Non era superbia ma a suo modo, voleva proteggere l’amore della sua vita più a lungo possibile. I due non erano solo marito e moglie, ma erano complici, amanti due persone ma una cosa sola! Un amore come pochi e quel giorno lei lo invitò a stare tranquillo e a recarsi regolarmente a lavoro.
“Prego”, una dottoressa chiamò Marta. La dottoressa era bassina, indossava un camice ingrigito, di almeno due taglie più grandi della sua misura, i suoi capelli erano scuri, grassi e unti, raccolti in una piccola coda di cavallo, cellulare in tasca, appena riposto.
Lei entrò in una stanza, piccola, con due ampie finestre sulla destra, una scrivania in fondo, posizionata a sinistra dove un medico parlava con due persone che aveva difronte. Un’altra scrivania a destra più centrale, forse era quella dov’è avrebbe dovuto far accomodare Marta ma che decise invece, di non farlo e iniziò a parlarle. La scena si svolse poco dentro la stanza, subito dopo l’uscio proprio a ridosso di una delle due finestre.
“Signora lei potrebbe avere già metastasi cerebrali, potrebbe non avere una vita lunga….”
Queste furono le uniche parole che Marta ricorda di aver ascoltato…perché improvvisamente iniziò a guardare piuttosto che ascoltare la persona che aveva difronte. È più la guardava più provava pena per lei pensando: “possibile che non si rende conto di cosa mi sta dicendo? Possibile che non si è preoccupata neanche di farmi sedere, non si è resa conto che sono sola, che mi sta dicendo che devo morire?” Improvvisamente uno squillo di telefono interruppe quel vomitare addosso di parole pesanti, nere, più del cielo che vedeva dalla finestra. La dottoressa rispose senza un attimo dí tentennamento, senza pensare che in quel preciso momento aveva condotto attraverso l’uso veloce delle parole, una giovane donna infondo ad una grotta buia. Terminò la chiamata, posò il telefono e: “dove eravamo signora?”…. la giovane Marta non ricorda quali altre parole disse la dottoressa. Ricorda solo che si recò velocemente verso l’uscita mentre componeva il numero di telefono del compagno di una vita: “per favore, puoi venire?” Gli disse.
Uscì fuori dall’ospedale che le aveva tolto l’aria, sentì il bisogno di lavare via sotto la pioggia battente, tutte le parole vomitate addosso senza attenzione e lanciate come fiamme che bruciavano nell’anima. In quel preciso momento, il cielo, buio e tempestoso, tuonò. Sembrava quasi essere arrabbiato per l’accaduto!
Arrivò il suo lui e un lungo abbraccio bagnato dalla pioggia incessante e dalle lacrime, concluse l’esperienza della comunicazione della malattia. Passarono alcuni giorni, lunghi e quasi interminabili e arrivò quello dell'esame diagnostico che avrebbe confermato o meno la presenza di metastasi. Il giorno del ritiro del referto confermò la presenza del tumore ma delle metastasi cerebrali anticipate dalla dottoressa, nessuna traccia. Per Marta fu un raggio di sole nella tempesta che avrebbe dovuto attraversare!
PAOLA PALESA
*Sono la dott.ssa Paola Palesa
Propongo un estratto del mio libro in quanto narro una delle tante esperienze profonde vissute con Anime che ho incontrato nel mio percorso di Medico .
Faccio una premessa: fin da piccina ho vissuto esperienze extracorporee, sensazioni forti di comunicazione con Anime e, grazie al mio aver accettato come naturale questo tipo di percezioni, la mia sensibilità e il mio Destino hanno fatto sì che non solo abbia vissuto aspetti fisici di contatto con l’altro, ma che abbia vissuto e viva intensamente anche il mio corpo energetico astrale che mi permette di comunicare ad un altro livello. Invito a leggere per approfondire questo tema gli scritti del medico Rudolf Steiner antroposofo.
Il racconto che leggerete è tratto dal mio libro: Amore infinito per la realtà invisibile
Editore Psiche 2 Pag. 51/52
INCONTRO DI ANIME IN ASTRALE
Paola Palesa
Mi sono occupata per anni di persone che si trovavano nel periodo del fine vita, non ho mai rifiutato, anche solo una parola di conforto.
Vengo chiamata da una coppia che non conoscevo per visitare la moglie e dare il mio parere.
Fuori Torino, in campagna. La casa è molto particolare, isolata, una specie di cascinale di colore giallo. Ci accoglie il marito che ci fa vedere il suo lavoro, che è in realtà una passione. Ha una stanza piena di sismografi con cui cerca di prevedere i terremoti e di avvisare i Vigili del Fuoco in anticipo. Un lavoro che ha sempre fatto con sua moglie, che però attualmente non sta bene. Mi sembra di essere alla presenza della
reincarnazione dei coniugi Curie.
La moglie è allettata. Da giorni e giorni non si alza. Il medico di famiglia ha emesso la sentenza: fase terminale. Un termine questo molto caro ai colleghi e che rientra bene nei protocolli aziendali e che dà la licenza di agire in una precisa, irreversibile, direzione.
Ma mi va di essere al di là degli schemi! Ovviamente nel rispetto dell’uso di farmaci e interventi chirurgici quando necessitano. La grande differenza di chi è imbrigliato in schemi rigidi è di non connettere più corpo, psiche e anima.
Loredana Lapia* propone uno stralcio di vita vissuta, tratto direttamente dalla quotidianità.
*Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche, con formazione in Cure Complementari, lavora presso l’Ospedale Cotugno di Napoli
Il RACCONTO DI UNO SGUARDO
Loredana Lapia
Era un giorno d’inverno come tanti e come solito fare, preparavo le infusioni da somministrare ai pazienti trapiantati di fegato. All’epoca dei fatti agli epatotrapiantati le immunoglobuline venivano somministrate per via endovenosa.
Prima la visita medica, poi il controllo degli esami precedenti e solo successivamente si passava alla flebo.
Dieci pazienti quel giorno e fra loro la signora Maria (nome di fantasia). I suoi esami erano sempre in costante ascesa: colesterolo, trigliceridi, transaminasi, fosfatasi alcalina, esami che mostravano una sofferenza del nuovo fegato.
Alle domande del medico circa le sue abitudini alimentari, mai nessuna titubanza… la risposta era sempre “dotto’ mangio quello che voi mi avete scritto nella dieta!”; il medico non riusciva a capire.
Ma il suo verbale non coincideva con il non verbale. I suoi occhi profondamente tristi, lo stringersi le mani, l’agitazione della gamba sul pavimento, mi avevano fatto capire che forse quella non era la verità.
Il dr Frusi * propone una riflessione sull’interazione mente – corpo, uncapitolo tratto dal suo libro: “La malattia ha le sue buone ragioni” -
Edizioni tecniche-Graphedit
Un tuffo negli inciuci che l’organismo intesse per sopravvivere e stare il meglio possibile, un viaggio nei meandri del funzionamento umano, fisico e psichico.
*Medico chirurgo con formazione in fitoterapia, omeopatia, omotossicologia, tecniche manipolative e posturali, gestalt, idrocolonterapia, neuralterapia, nutrizionismo.
DALLA PSICHE AL CORPO E RITORNO
di Mario Frusi
Atletica de’ Pulchris sembra una creatura umana baciata dalla fortuna. Ha un volto incantevole, di proporzioni nordiche, con uno sguardo penetrante ma privo della minima invadenza; la corporatura statuaria suggerisce un’inesauribile vitalità; l’intelletto si mostra arguto e recettivo. Tutto farebbe pensare che quella ventinovenne da primato si sia sbagliata, ad entrare nel mio studio: che problemi mai potrebbe avere?
Uno solo, grandissimo: si sente sbandata, come dice lei stessa. Non riesce ad avere relazioni sentimentali stabili e appaganti. Il suo programma di
studi si sta protraendo ben oltre i limiti di legittimità sociale e nessuna delle molte attività lavorative intraprese pro tempore la gratifica. Quando
si trova con gli amici concepisce il divertimento soltanto come “far casino” fino a tardi per poi ricavarne un senso di vuoto. Non vede sbocchi al suo disorientamento.
Un’amica le ha suggerito di tentare la strada terapeutica, lei è un po’ restìa ma decide di non precludersene la possibilità.
INCLUSIONE
Quest’estate, in veste di accompagnatrice volontaria della FIE ( Federazione Italiana Escursionisti ) e di medico in quiescenza, ho avuto il piacere di accompagnare, per brevi passeggiate nei boschi della bassa ed alta Val di Susa, un gruppo di disabili motori e mentali, provenienti dalle Strutture esistenti in Valle come la Cooperativa “ Il Sogno di Una Cosa”
Il semplice gesto di spingere la carrozzina dei più gravi o aiutare la coordinazione motoria e la pianificazione del movimento di queste persone che presentano compromissione dell’equilibrio e delle abilità sia fino che grosso motorie, mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà che, nei miei anni di lavoro come MMG, è stata solo marginale.
Il camminare insieme è stato un continuo mettersi alla prova ed un salutare esercizio fisico. La preparazione dello zaino per alcuni o il riempimento delle borracce alla fontana per altri, la condivisione del cibo portato a spalle dai più forti non è stato vissuto come ostacolo ma come rete di aiuto e fiducia reciproca
Ho notato che il muoversi tra verde, fiori, acqua ed animali, in queste persone e non solo, stimola meraviglia ed incremento delle abilità motorie e socio relazionali. Alla fine delle giornate presentavamo tutti un tono dell’umore migliorato ed una maggior propensione alla comunicazione.
In questo periodo si parla spesso di “ inclusione “ e, con queste uscite, ho visto il termine astratto farsi reale. Le persone hanno trovato il coraggio di attraversare torrentelli, fare discese sconnesse fidandosi dell’aiuto che potevamo dare, hanno superato la timidezza salutando le persone che abbiamo incontrato sul cammino. Il loro modo di comunicare diretto e senza filtri mi ha insegnato che c’è un modo più autentico di comunicare e questo, alle volte, non è piacevole ma forse è più vero.
Quanti operatori sanitari in quiescenza potrebbero dare una mano in questa realtà regalandosi e regalando momenti di gioia e serenità?
Dott.ssa Emanuela Fiorio
GOTO DEROSSO
Ognuno di noi ha nel suo bagaglio personaggi, aneddoti, ricordi che portano emozioni, gratificazioni, rimpianti, riflessioni.
“Goto Derosso” (“goto” in dialetto veneto significa: bicchiere) era un personaggio noto in paese. Da sempre lo avevo visto barcollare sulla sua bicicletta, o sporadicamente spingerla a mano, su e giù per le strade, all’ epoca ancora non tutte asfaltate. Portava in bella vista sul risvolto di una giacca consunta un grosso distintivo con il simbolo di un partito politico a cui evidentemente accordava tutta la sua fiducia.
Non aveva mai espresso particolare aggressività o comportamenti socialmente inadeguati e quindi trascorreva la sua vita, costellata di ricreazioni in osteria, senza particolari problemi. Era una caratteristica macchietta fin dall’epoca della mia adolescenza, e si integrava tranquillamente nel mio scenario culturale. Avvenne che dopo i lunghi anni degli studi universitari, riapprodai al paese con la qualifica di Medico di Medicina Generale, e tra il novero dei miei mutuati comparve anche Goto Derosso. Fu una esperienza molto particolare. La sua venuta si preannunciava olfattivamente dalla fessura sotto la porta dello studio, provocando il fuggi – fuggi delle altre persone in attesa, a meno che non fossero obbligate a fermarsi da qualche faccenda urgente, che non permetteva procrastinazione; concordai con lui che per
ottenere la mia consulenza sarebbe stata buona cosa che si presentasse al termine dell’orario di ambulatorio, cosicché potessi dedicargli la attenzione dovuta al suo caso… cosi si ottenne un discreto compromesso tra le reciproche esigenze. Indossava cronicamente, indipendentemente dalla stagione, un paio di scarponcini alla caviglia, con una specie di pelo interno; gli corrisposi, invano, i soldi per
rinnovare le calzature, soprattutto in estate, ma un paio di scarpe da ginnastica non spuntò fuori mai. Era portatore di ulcere varicose agli arti inferiori, edematosi e puzzolenti. Decisi di provare a curarlo: per prima cosa gli ordinai una doccia quotidiana, o almeno un pediluvio … Con mio sommo disappunto venni così a scoprire che Goto dimorava nel garage di una casa di sua proprietà, e quindi le sue
condizioni diseredate non erano specificamente dovute a povertà economica, ma ad una condizione di disagio psichiatrico che lo aveva reso noto anche ai servizi pubblici, peraltro senza che si presentassero problematiche particolari. Non comparvero mai parenti disposti a seguirlo, ad accompagnarlo, e in realtà lui conduceva la sua vita da solitario, e non conobbi mai la sua storia personale. Sull’onda di un sottile sospetto, o forse spinta da una personale curiosità di osservazione scientifica, mi dedicai ad un trattamento dermatologico specifico ad un arto, con cure “adeguate” al caso in oggetto, mentre per quanto riguarda l’altro arto mi limitai ad una generica detersione e disinfezione. Il risultato? Le escare caddero all’unisono il medesimo giorno di medicazione, con mio esplicito stupore e innesco di approfondita riflessione sul significato delle cure mediche. Goto mi era grato, veniva volentieri da me, ma non riuscii a mutare un solo misero aspetto del suo stile di vita. Il nostro rapporto si interruppe a causa delle mie vicende personali che mi indussero a cambiamenti di luoghi e di attività di lavoro, e così persi di vista molte persone di cui non potei più seguire i percorsi vitali; alcune storie però rimasero indelebilmente nel mio cuore.
Chi era Goto? Prima di tutto per me era una persona. Una persona strana, con delle caratteristiche che lo portavano ad un limite della “gaussiana” del buon vivere, ma mi era molto chiaro che meritasse rispetto nella sua tipologia, anche se portatore di caratteristiche di
particolare difficoltà relazionale, anche se non allineato con i valori comunemente condivisi del vivere. In modo molto rigido aveva una sua etica e una sua vita interiore, intoccabile. Aiutarlo prima di tutto significava rispettarlo, e possibilmente innescare dei cambiamenti utili ma non eccessivi, pena il rifiuto o la destrutturazione personale. La storia della guarigione contemporanea delle sue ulcere, la storia dei lunghi anni di frequentazione del vino (di bassa qualità? Difficilmente la sua cantina poteva vantarsi di vini di eccellenza!) mi fece capire che il suo
organismo aveva trovato un particolare equilibrio tra il corpo e la psiche che non corrispondeva al mio concetto di “sano equilibrio”, ma che chiedeva accoglienza del suo essere così. Goto è diventato per me una icona dell’accompagnamento a chi si trova in situazioni molto
distanti dalla mia sensibilità. Prima di tutto è importante “stare con” la diversità, senza pretendere cambiamenti, senza richiedere adeguamenti ad un modello considerato prototipico di appropriatezza; poi cercare di entrare empaticamente “nelle sue scarpe” (nel caso del mio racconto, esperienza alquanto difficile!), capire la visione del mondo che l’altro ha, perché ci possono essere differenze molto grandi di tipo culturale, evolutivo, traumatico, esistenziale, intellettuale, filosofico, spirituale … Infine cercare di creare connessioni, ponti, sinergie, comprensioni reciproche, per costruire delle esperienze condivise di cui essere co – creatori, e che hanno la possibilità reale di incidere sull’esistente. Alla fin fine mi rimane un senso di gratitudine per questo individuo ai margini sociali: grazie
Goto, perché pur nella tua finitezza hai potuto contribuire ad un grande insegnamento!
Dott.ssa Rossana Centis