Il dr Frusi * propone una riflessione sull’interazione mente – corpo, uncapitolo tratto dal suo libro: “La malattia ha le sue buone ragioni” -

Edizioni tecniche-Graphedit

Un tuffo negli inciuci che l’organismo intesse per sopravvivere e stare il meglio possibile, un viaggio nei meandri del funzionamento umano, fisico e psichico.


*Medico chirurgo con formazione in fitoterapia, omeopatia, omotossicologia, tecniche manipolative e posturali, gestalt, idrocolonterapia, neuralterapia, nutrizionismo.


Dalla psiche al corpo e ritorno

Atletica de’ Pulchris sembra una creatura umana baciata dalla fortuna. Ha un volto incantevole, di proporzioni nordiche, con uno sguardo penetrante ma privo della minima invadenza; la corporatura statuaria suggerisce un’inesauribile vitalità; l’intelletto si mostra arguto e recettivo. Tutto farebbe pensare che quella ventinovenne da primato si sia sbagliata, ad entrare nel mio studio: che problemi mai potrebbe avere?

Uno solo, grandissimo: si sente sbandata, come dice lei stessa. Non riesce ad avere relazioni sentimentali stabili e appaganti. Il suo programma di

studi si sta protraendo ben oltre i limiti di legittimità sociale e nessuna delle molte attività lavorative intraprese pro tempore la gratifica. Quando

si trova con gli amici concepisce il divertimento soltanto come “far casino” fino a tardi per poi ricavarne un senso di vuoto. Non vede sbocchi al suo disorientamento.

Un’amica le ha suggerito di tentare la strada terapeutica, lei è un po’ restìa ma decide di non precludersene la possibilità.


L’equilibrio corporeo mostra una curvatura lombare accentuata “in tenuta”, e non “in caduta” come altri casi umani di cui abbiamo discettato:

rievoca cioè la madre citata nel capitolo “Fiumi di lacrime”.

Tutto questo nell’immediato si traduce in un vantaggio per lei, perché la cosiddetta postura rigido-isterica (che le corrisponde secondo i canoni

della bioenergetica) comporta un buon controllo generale e una buona motilità; la presenza di una fissità già importante a livello delle spalle non

sembra compromettere le grandi capacità di adattamento meccanico offertele da questa sofisticata tensostruttura. E’ solo nel lungo termine che i giochi perversi svelano il loro maleficio; e anche per quanto attiene al

fisico purtroppo ci arriveremo.


Come in quasi tutti i casi l’approccio corporeo gioca un ruolo rilevante nella terapia anche del suo problema.

Le manipolazioni favoriscono un generale sblocco del disagio, sempre legato a qualche sovraccarico tensionale; dopo ogni seduta Atletica

ricupera un po’ di buonumore e gli episodi di malessere si fanno più radi e leggeri.


E curiosamente si riaccende la capacità di sognare, che credeva perduta; in realtà i sogni semplicemente non arrivavano a livello di coscienza

diurna, rimanendo segregati nelle elaborazioni notturne dell’inconscio. Uno di questi si rivela utile per proseguire il nostro lavoro perché,

attraverso la convinzione onirica di dover ristudiare per un esame già superato nella realtà, riesce a comprendere quanto ripetitivo e

“normalizzante” sia il modello educativo appreso dal padre che la voleva sempre a posto, sempre all’altezza della situazione, mai bisognosa o

richiedente perché nella loro famiglia non si usa(va) badare alle ubbìe.


E, cosa ben più importante, realizza quanto perversa sia stata la sua reazione automatica che l’ha fatta cadere in un modello diametralmente

opposto, cioè di nuova normalizzazione ribaltata: adesso è una “sballata omologata”! Capisce pertanto con molta chiarezza che sarà il buon senso, e non già l’orgoglio reattivo, a portarla verso il reale benessere.


Questo capitolo di lavoro su di sé dura un buon numero di mesi.

Ormai io la sento pronta a un salto qualitativo e le propongo, cosa che lei accetta, di concludere l’esperienza individuale per aggregarsi a un gruppo di consapevolezza che lavora attraverso la verbalizzazione e il movimento.

Durante il suo primo finesettimana di gruppo le dinamiche collettive la commuovono profondamente; e impara molto circa la sua diretta

partecipazione, rendendosi conto di avere una maledetta paura del contatto.

Scoprirà poi che si tratta della difficoltà di ricevere: il padre l’aveva così frequentemente illusa di essere disponibile a lei, per tradire subito dopo la sua aspettativa di vicinanza, da convincerla che nessuno le avrebbe mai offerto alcunché.

E ancora, in date successive, riconosce che “si può anche stare senza fare nulla”. Nella sua famiglia non c’era mai un attimo di tregua, bisognava

sempre indaffararsi anche senza necessità. E che gioia, che tranquillità potersi lasciar andare nelle braccia accoglienti di un’altra partecipante,

senza nessuna spiegazione o giustificazione ma in totale, animale, infantile libertà!

I suoi temi comportamentali di base, non completamente rielaborati cioè risolti, riemergono però con una certa periodicità. Durante un altro

complesso lavoro in cerchio (dove chi sta dietro tocca le spalle di chi sta davanti a evocare la concatenazione dei bisogni e delle risposte a quelli

adeguate) lei non fugge, come spesso accadeva in precedenza, ma sente montare una rabbia feroce - di nuovo verso il padre.

Tizio e Caio, due partecipanti maschi, si dicono disponibili a una esplicita provocazione: loro due e io ci schieriamo di fronte a lei e imitiamo le tre

scimmiette riproponendole l’ignoramento tipico del padre. Lei SA che NON E’ VERO che io non le parlo, che Tizio non l’ascolta, che Caio non

la vede; ma la finzione è talmente credibile da scatenarle la reazione di sempre e a noi, proprio a noi e non al padre simbolico, dice: “Non mi

fido!”

Il disagio non accenna a dissolversi, al punto che tutto il gruppo si mostra insofferente verso Atletica, così sradicata dalla realtà; e si placa solo

quando lei dolorosamente riconosce di essere ancora in trappola.

Già, la dinamica collettiva dei gruppi incentrati sulla consapevolezza è proprio questa, molto differente da ciò che solitamente accade nella

punitiva, vendicativa vita reale: quando un partecipante si mostra nella sua debolezza, infelicità, incapacità, verità, allora il gruppo lo perdona di

qualunque “colpa” e lo accoglie.


Ma perché c’è bisogno di un contesto tanto sofisticato? Perché gli umani non sanno essere comprensivi anche nella banale quotidianità? Quale

maledizione la nostra specie si porta dietro dai suoi esordi fino a oggi?

Lasciamo perdere le congetture filosofiche e rimaniamo ancorati agli elementi concreti: Atletica deve ancora fare una lunga strada.


In un gruppo successivo rievoca tutta la nostalgia, mai appagata, per un padre sensibile e premuroso; ma, invece di rintanarsi in un cantuccio,

viene a piangere tenere lacrime di consolazione fra le mie braccia con l’affettuoso incitamento di tutti gli altri. Un bel cambiamento, eh? A mia

volta la invito a coltivare questo ammirevole progresso nella sua relazione con gli uomini chiedendo, e ottenendo, un supplemento di attenzioni da un altro partecipante.


Progressivamente la sua vita trova punti di solidità, come una storia sentimentale finalmente credibile e persino una gravidanza felicemente

accettata.

Ma i temi scottanti sembrano inesauribili. Qualche mese più tardi ha un moto d’indignazione per la rabbiosa pretenziosità di una partecipante verso il marito, presente anche lui al gruppo: Atletica inveisce chiedendole che cosa ancora può volere di più. Il suo sfogo, peraltro legittimo vista

l’oggettiva grande disponibilità di quell’uomo verso la moglie, ci suggerisce di chiederle se sia la sua gravidanza a renderle la collega

particolarmente fastidiosa: scopriamo così che il padre, finalmente un po’ più morbido nei suoi confronti, “proprio adesso” ha ricevuto una

straordinaria offerta di lavoro che lo tratterrà lontano per qualche mese, e lei si sente di nuovo in carenza di attenzioni…


Alle soglie del parto, essendosi trasferita con il suo uomo in una città decisamente fuori mano, ci dice che vuole concludere l’esperienza del

gruppo, e non perché sarà troppo oberata d’impegni (motivazione più che plausibile per una giovane mamma che non potrà fare i conti su familiari che la assistano nelle immediate vicinanze) ma perché crede di aver completato il suo percorso. Nessuno si dice convinto dal suo messaggio, e la stizzita reazione che lei mostra ad ogni commento dei partecipanti sembra confermare che non “si” stia dicendo la verità.

Il lavoro terapeutico mai e poi mai deve essere coercitivo: dopo ragionevoli tentativi di invito al ripensamento non possiamo che accettare

la sua scelta, per quanto conflittuale. Così, lasciando a tutti un po’ di amaro in bocca, Atletica si separa dal gruppo.


Trascorrono ben tre anni. La fatica dell’accudimento al suo frugoletto, seguito poi da una sorella che la coppia nobilmente decide di prendere in

adozione, assorbe quasi tutte le energie della possente giovane donna, non permettendole di lasciare spazio a qualche eventuale disturbo soggettivo.

Ma una volta che i piccoli si sono assestati fa capolino un torcicollo, dapprima blando poi vieppiù esteso e doloroso che trascina con sé le

spalle, le braccia e poi le anche, fino a una grande limitazione di movimento.

Inizia una penosa trafila di radiografie, visite specialistiche, esami del sangue. Sì, qualche valore è un po’ alterato, potrebbe trattarsi di una

leggera forma di patologia auto-aggressiva, la risonanza magnetica suggerisce un danno di una discreta entità…ma nessuno riesce a dare

un’opinione definitiva; per di più i farmaci antinfiammatori, unico caposaldo della medicina in questi casi, hanno su di lei un’efficacia

modesta e la intimoriscono per la sfilza di effetti collaterali elencati sul “bugiardino”.


Beh, si rifà viva con me e cominciamo un lavoro curativo, questa volta incentrato sulla fisicità.

Le manipolazioni N.I.C. non tradiscono (quasi) mai le aspettative: pur nella rudezza del metodo, che prevede di lavorare intensamente proprio sui punti problematici, sono recepite dall’organismo come “un male che fa bene”. In capo a qualche seduta otteniamo un iniziale miglioramento, ma le ricadute sono sempre in agguato e a ognuna di queste lei si scoraggia vieppiù, vedendosi condannata all’invalidità.

Io stesso ho un sentore di caso clinico particolarmente complicato e non escludo la possibilità di un fallimento terapeutico; ma le mie paure me le

tengo ben nascoste anche per arginare le sue!

Non sempre, per la necessità di arrivare subito a un’efficace soluzione del problema propostomi, effettuo un’indagine clinica completa che viene

pertanto differita a momenti di minore urgenza. Adesso s’impone, e ci permette di cogliere un certo sovraccarico funzionale del fegato, crocevia

di mille percorsi metabolici: s’interviene pertanto con dei prodotti omeopatici mirati.


In effetti la presenza di una seppure blanda tossicosi cronica è un fattore aggravante di qualunque patologia. Nel suo caso i recettori nervosi del

dolore, sovreccitati dal carico tossico, finiscono per lanciare al cervello molti più segnali di quanti il problema oggettivamente richiederebbe.

Si deve a Gerson, medico tedesco trapiantato negli USA, la scoperta che le metastasi ossee da cancro possono smettere di produrre strazianti dolori se si abbatte il carico tossico circolante. 

E l’espediente all’uopo usato, più stravagante che mai, consiste nel praticare clisteri di caffè, le cui sostanze medicamentose esplicano un potente effetto coleretico (cioè per l’appunto disintossicante) senza provocare l’eccitazione tipica della bevanda assunta

per la via usuale.

Si tratta di una pratica salutistica molto semplice ed efficace, che io non mi stanco di suggerire alla più parte dei miei clienti ma che questa volta ho evitato di proporre, per l’oggettivo disagio organizzativo che avrebbe comportato a quella donna troppo indaffarata.


L’interrogatorio alimentare mi permette poi di scoprire che prende una quantità spropositata di caffè (ma in via orale, non utile agli effetti

sopradescritti!) e mastica caramelle gommose con foga rabbiosa.


Questo comportamento ci riporta ai tentativi di compensazione per l’impegnativa (pur se gratificante) vita quotidiana attuale ma ancor di più

alla sua dolorosa esperienza di lattante non nutrita al seno, che in qualche modo si vedeva costretta a sfogare nel digrignamento mandibolare la

frustrazione per un cibo che nutriva solo il corpo e non l’affetto: ancora un altro versante, a suo tempo non indagato, della vita intrapsichica.


Ma il solo fatto di aver ricollegato fra loro questi eventi le consente da un lato di ridurre il consumo di caffè e caramelle, dall’altro di sperimentare uno spontaneo rilassamento delle spalle: la “morsa” è venuta meno, la bambina interiore si è sentita compresa nel suo dolore e non ha più avuto bisogno di esprimerlo con la stessa veemenza.


Un ulteriore contributo ci arriverà dall’utilizzo di probiotici, indispensabili regolatori della funzione digestiva-intestinale, da una dieta rispettosa dei bioritmi e da una consapevole attenzione a masticare con cura invece di inghiottire sbrigativamente anche i cibi più compatti.


In un passaggio successivo accetta di farsi perforare da tutte le parti con il sottile ago che inietta poi la procaina diluita secondo i canoni della

neuralterapia. E’ vero, perlopiù questa pratica è soltanto fastidiosa anziché dolorosa, e mi è capitato non solo una volta che, pungendo la schiena, la persona non si sia nemmeno accorta che l’infiltrazione era già terminata, tanto lieve era stato il disturbo; ma nel suo caso i punti da sollecitare sono veramente numerosi, e la sua pazienza ammirevole.


I sintomi sono riscatenati dall’arrivo delle mestruazioni, dolorose da sempre ma peggiorate dopo la nascita del figlio, a suggerire che il dissesto

meccanico utero-vaginale della gravidanza e del parto contribuisca a mantenere un segnale elettromeccanico perturbante, forse significativo

anche per i dolori di schiena. In effetti qualche fastidio a livello di episiotomia (il taglio che viene praticato subito prima dell’espulsione del

bambino per evitare lacerazioni) le è rimasto, a distanza di anni.


Atletica è proprio coraggiosa, accetta che questo medico folle pratichi la neuralterapia anche a livello vulvare. Ma il risultato non si fa attendere: la depolarizzazione elettrica indotta dall’anestetico interrompe l’ultimo circuito perverso e le restituisce la definitiva libertà di movimento e

assenza di dolore.


Proprio definitiva? C’è ancora un passaggio da compiere…


Durante una festa di famiglia di botto le ricompaiono tutti i disturbi, e con elevata intensità. Tornata per una seduta di emergenza riconosce con me che quella situazione apparentemente gioiosa era stata fonte di grosso disagio emotivo, a causa di certi sospesi forse irrisolvibili con gli anziani parenti del suo uomo. Nel ricostruire la scena della giornata capisce anche di aver dato per scontato che le relazioni intrafamiliari siano immutabili, e quindi se ne porta il peso sulle spalle dove la morsa la riattanaglia nel modello abituale.


Le propongo allora di ri-sperimentare nella finzione scenica tutta la giornata: si accorge allora che PUO’ avvicinarsi al resto del mondo in

maniera non più stereotipata, PUO’ liberare le spalle dal carico di gelo e sofferenza in cui le ha imprigionate. Ne sta subito meglio, e si ripromette

di proporsi nella realtà con lo stesso spirito costruttivo sperimentato qui.


Mi resta da esprimerle due considerazioni, subito da lei condivise.


Se non fossimo riusciti a inquadrare il problema “Dolore” nella sua vera dinamica emozionale, adesso lei starebbe ancora inseguendo questo e

quello specialista, facendo code a casse varie di ospedali e ASL per prenotare visite e pagare sfilze di ticket; oppure lo stesso lavoro, ma non

ben focalizzato, effettuato con me avrebbe ottenuto risultati più che modesti.


In tutt’e due le ipotesi, con continue peregrinazioni da ogni sorta di medici, stregoni, guaritori, scontando i pesanti effetti collaterali di farmacoterapie poco efficaci ma tossiche, in preda a una frustrazione vieppiù crescente, le si sarebbe spalancato davanti il baratro dell’invalidità a soli trentacinque anni. Entrambi rabbrividiamo al pensiero, e ci concediamo (io, in particolare) una lacrima di sollievo per lo scampato pericolo.


E ancora: il dolore non è più un nemico, bensì un segnale d’avvertimento per tutte le circostanze della vita in cui lei si mette in una insuperabile

difficoltà.


Forse questa considerazione è in assoluto il risultato più importante del nostro lavoro perché d’ora in avanti lei sa che, se il dolore ricompare, lo

dovrà ringraziare per l’insegnamento di saggezza che le sta offrendo, e subito prenderne spunto per modificare la sua strategia esistenziale.


E questo non l’ho fatto io. Certo, io sono stato indispensabile per portare alla luce il conflitto in maniera gestibile. Ma una volta fornite le informazioni necessarie, il lavoro vero e proprio lo ha fatto il suo organismo, lo ha fatto lei stessa.


Ed io sono felicissimo di tornarmene in disparte.