INFOSFERA
L’essere umano e l’ Infosfera - Premessa
In analogia al termine Biosfera, che sta ad indicare “la sfera della vita”, l’ambiente che porta le caratteristiche adatte allo sviluppo della vita, il termine “infosfera” sta a significare “la sfera dell’informazione”. La comunicazione è una caratteristica intrinseca all’essere umano: con la comunicazione si “passano” le informazioni, in primis quelle che ci fanno sopravvivere.
Secondo alcuni autori il DNA stesso sarebbe integrabile nell’infosfera, perché è il primo, indispensabile strumento di comunicazione, quello che ci permette di esistere. Dal momento della nascita l’essere umano non è più solo utente, o spettatore, ma è anche prodotto e produttore dell’informazione, indipendentemente dalla evoluzione tecnologica degli strumenti utilizzati.
Nel tempo le modalità con cui si è sviluppata la nostra capacità comunicativa sono grandemente cambiate, portando con sé importanti variazioni culturali, cognitive, filosofiche, spirituali, ecc perché l’informazione comunicata tra umani ha l’effetto di provocare cambiamenti sia in chi riceve che in chi invia le informazioni stesse.
L. Floridi, cita una lezione di Freud in cui questi fa riferimento a tre grandi rivoluzioni che hanno alterato il modo di pensare, di fare scienza, di fare filosofia e anche del “sentire comune”. Anche l’uomo “normale” ha dovuto fare i conti con un cambiamento di prospettiva, con il decentramento dall’antropocentrismo: 1) Copernico ha evidenziato che il centro del sistema solare è il sole e non la terra, e il sole stesso è piccolo e periferico. 2) Darwin ha sottolineato che non siamo al centro, l’apice delle specie viventi, ma siamo uno dei rami dell’evoluzione. 3) Freud stesso si è proposto come terza rivoluzione con la scoperta dell’inconscio, affermando che l’uomo non è nemmeno padrone di sé, essendo l’ Io in balia di parti di noi di cui non abbiamo la percezione e tanto meno il controllo.
4) Secondo Floridi ci troviamo ora nell’epoca della quarta rivoluzione, con lo sviluppo dei sistemi di IA. La nascita della digitalizzazione del pensiero e di IA ha un impatto profondo sul nostro sviluppo cognitivo e sociale, perché con essa tendono a sfuggire alla nostra consapevolezza i processi di manipolazione della realtà con il rischio di perdere il controllo delle dinamiche conoscitive e le loro ricadute operative. Le nostre vite sono ormai in balia di algoritmi che elaborano notizie che direttamente ci riguardano e che per i motivi più disparati riversiamo indiscriminatamente nel web senza controllo. Gli algoritmi elaborano per noi risposte, soluzioni, propongono linee di comportamento, comunicano informazioni (non sempre veritiere, molto spesso parziali) capaci di guidare la nostra condotta e la nostra conoscenza anche a nostra insaputa, se non svilupperemo dei sistemi di controllo e se non daremo priorità alla nostra coscienza (il che significa esercitare la libertà di cui come esseri umani siamo dotati).
Un software così sofisticato come IA può cambiare la definizione della realtà, soprattutto se le informazioni che IA utilizza sono gestite da gruppi di potere in grado di controllare il mondo.
A partire dal 2022 IA si innesta dove si compiono i processi computazionali (TAB3) di portata mondiale, che non sappiamo più se accadono in una sede locale o sono centralizzati in un “cloud” di cui non conosciamo l’ubicazione e la proprietà, e che sta inglobando tutte le cose che abbiamo digitalizzato: chi detiene quel potere detiene tutto il potere, perché detiene la conoscenza di tutti i nostri dati e può manipolarli. Per comprendere il significato di quello che stiamo vivendo, quindi, dobbiamo comprendere che cosa significa vivere una realtà definita da software dei quali abbiamo una licenza d’uso ma non ne siamo i proprietari.
IA diventa un nuovo e dominante decisore che si basa sul paradigma tecnocratico (TAB2) in cui l’IA viene posizionata come la più alta forma di evidenza (IA onnisciente) e l’elaborazione algoritmica diventa il parametro di riferimento per le decisioni da prendere, senza considerare i “bias” ovvero “pregiudizi” intrinseci, in quanto tecnologie addestrate su dati selezionati a priori.
Ripropongo una riflessione di Paolo Benanti che nel suo testo «La condizione tecnoumana» sottolinea un grave risvolto dell’utilizzo del paradigma tecnocratico: «Se per i nostri predecessori il reale era il luogo delle possibilità e dei limiti, l’oggettivo esistente era dove le nostre idee trovavano conferma o smentita e i nostri desideri realizzazione o illusione, oggi la tecnica e il mondo degli artefatti ci dicono che il reale è da intendersi come tutto ciò che è tecnicamente possibile. Il possibile tecnologico sta diventando il nuovo normatore della realtà. Il desiderio, se è possibile, significa tecno-logicamente realizzabile, se la tecnologia, l’artificiale invade tramite le vie dell’informazione il naturale, e se le tecnologie informatiche che promettono e realizzano una fusione tra uomo e macchina, allora quello a cui assistiamo è una realtà che diviene tecno-realtà, e l’uomo che diviene tecno-umano». (p. 135)
La sfida da sostenere è sostanzialmente il superamento del paradigma tecnocratico, che oggi tende ad essere predominante nella percezione comune. Il “paradigma tecnocratico” porta con sé una visione dell’umano con la caratteristica specifica di incentrarsi sul principio dell’utilitarismo, riassumibile nella seguente formula: “si può e si deve fare tutto ciò che è conveniente fare”. Il punto di vista della convenienza diventa quello centrale, discriminante, a cui si deve fare dipendere anche il punto di vista del buono e del giusto, che sono messi in secondo piano rispetto all’attenzione su ciò che è conveniente, utile.
Il principio dell’utilitarismo è diventato il fondamento di un modello di uomo e di rapporto tra uomo e realtà, che ha come perno l’esperimento illimitato. Il “tutto ciò che conviene fare” è tutto ciò che si può fare, indipendentemente da possibili significati morali.
Ma questo modo di intendere la libertà ha un costo.
Qui si affaccia un’enorme sfida culturale perché una cultura che lasci decidere il senso e il valore della realtà dall’influsso esclusivo dell’economia e della tecnologia, è una cultura che non sa creare le condizioni di vita degne dell’uomo; l’IA può essere un fattore di crescita e sviluppo ma, allo stesso tempo, implica la nostra responsabilità sull’uso che ne facciamo. Le scoperte scientifiche, le invenzioni, lo sviluppo tecnico di per sé non hanno una valenza intrinseca positiva o negativa, tutto dipende dal fine che l’uomo si propone con il suo utilizzo.
Come possiamo far sì che i benefici di questa tecnologia siano massimi e i rischi minimi? E’ il compito che abbiamo sia come società, come istituzioni, sia come individui.
Per persone che tengano aperta la domanda sul senso, sul significato di sé, della vita, l’uso di questi strumenti è possibile in maniera responsabile, perché comunque, anche in caso di manipolazione delle informazioni, rimane acceso un personale criterio di giudizio etico e morale in grado di guidare le scelte personali.
Ricadute operative
Sottolineo due livelli di problematicità da considerare attentamente e su cui è opportuno porre una attenzione consapevole e costante.
1) Rimanendo nell’ambito dell’infosfera e della riflessione su possibili bias intrinseci all’utilizzo acritico di IA, si può considerare il caso dell’informazione prodotta da IA, l’importanza che ha una adeguata piattaforma dei dati che vengono immessi ed elaborati da questa tecnologia. Perché IA diventi effettivamente una preziosa opportunità al nostro servizio, è indispensabile ottenere, costituire degli strumenti di controllo dell’immensa mole di informazione che IA gestisce. E’ molto importante e grave il livello di manipolazione che si può raggiungere, ed impossibile al singolo utente essere sicuro della attendibilità delle informazioni fornite.
Un esempio di come l’immissione di informazioni incomplete ( effettuata intenzionalmente o non intenzionalmente) può determinare esiti comportamentali diversificati, è la considerazione dei danni da vaccino anti SArs Cov 2 (TAB 1)
Non vengono menzionate le Morti Improvvise (MI) che per correttezza di informazione sarebbero dovute essere citate, vista la ampia mole di pubblicazioni negli anni recenti che hanno documentato un incremento significativo di tale fenomeno dopo l’introduzione dei prodotti a base di m-RNA somministrati a larghi stati di popolazione; tale manifestazione clinica è di difficile interpretazione, dal momento che non sono stati impostati dagli organi ufficiali adeguati studi osservazionali epidemiologici, per esempio mediante esecuzione di studi autoptici, ma vista la gravità del fenomeno, e considerando il fatto che l’utilizzo di questo tipo di vaccini è stato forzatamente imposto alle popolazioni senza il completamento degli studi sulla loro sicurezza, almeno la citazione di supposizioni non confermate, di “zone grigie”, ancora affidate a ipotesi, ma caratterizzate da dibattito scientifico, avrebbe dovuto comparire sull’analisi di IA, come in realtà per altri casi avviene. Ciò fa pensare che IA non sia stata fornita di una adeguata piattaforma di data - base di riferimento. Sarebbe opportuno che ciò accadesse perché il compito che oggi attribuiamo a IA non è quello di fornire “certezze”, come le enciclopedie cartacee dei miei anni adolescenziali, che erano sostanzialmente un compendio di “come funzionano le cose”, ovvero una raccolta di informazioni sull’esistente noto. sull’esistente noto. E’ evidente il peso che hanno questi tipi di dati nell’indirizzare le scelte terapeutiche.
Come è ben noto, il metodo scientifico prevede il criterio della falsificabilità: una ipotesi deve essere potenzialmente dimostrata falsa; uno strumento potente come IA deve poter considerare anche i dati non strettamente coerenti con la teoria esposta, e deve rendere noti tutti i dati che trovano relazione con gli elementi oggettivi trattati, anche se risultassero contraddittori. Non è compito di IA comporre le diatribe. Ma è compito di A offrire tutti gli strumenti possibili per poter effettuare sane indagini.
2) Il secondo compito che ci sta davanti è quello di elaborare delle categorie che siano all’altezza delle esigenze nuove che la nostra epoca ci propone, nuove perché nuove sono le tematiche che si presentano e non possiamo ritenere che possediamo già le risposte che sarebbero necessarie.
Come suggerito da papa Francesco nell’enciclica Laudato Sì, è nostro compito sviluppare un nuovo paradigma, passare dal paradigma tecnocratico ad un paradigma che ponga al centro della riflessione e dei comportamenti conseguenti, l’umano, per favorirne lo sviluppo integrale. Lavorare a favore di un “Umanesimo integrale dell’infosfera” vuol dire dare dignità alle piccole storie e non solo ai grandi eventi, custodire la verità dei fatti senza piegarla agli algoritmi e alle mode, dare ordine al caos, dare parola a chi parola non ha, creare spazi di silenzio nella cacofonia. Essere custodi e realizzatori di senso in un mondo soverchiato da informazioni che non trovano collocazione. Potremo costruire un umanesimo integrale se permetteremo alla persona di stare al centro e di riprendere la sua posizione di protagonista.
Fondamentale per continuare ad essere i protagonisti, è la consapevolezza etica, cioè la capacità di riconoscere, comprendere e valutare criticamente le implicazioni morali delle proprie azioni, decisioni e del contesto in cui si trova.
Non si tratta semplicemente di conoscere un codice di regole, ma di un processo attivo di riflessione e sensibilità morale.
L’ esperienza personale mi suggerisce l’osservazione che l’essere umano tende a seguire degli schemi precostituiti per orientare le sue scelte e i suoi comportamenti, preferendo seguire delle linee- guida che infondano certezze e sicurezze. Raramente le persone si avventurano in percorsi non consolidati, seguendo la propria intuizione e norma etica. Ciò può avvenire con maggiore frequenza in campi creativi, di qualsiasi genere, ma l’uomo comune non si pone molte domande, preferisce trovare qualcuno da seguire acriticamente.
Ma il cervello umano rimane la più straordinaria e incredibile macchina che esiste nell’universo conosciuto. Il cervello umano fa cose che, quando cerchiamo di quantificarle, di renderle esplicite, non riusciamo neanche a descrivere. Le macchine non le sanno fare, non le possono fare. Tra queste ci sono cose fondamentali come l’autocoscienza, quella proprietà che abbiamo per cui sappiamo di esistere e qualunque cosa facciamo, la facciamo sapendo che esistiamo per farla e siamo noi a farla.
A mio parere questo è il livello su cui dobbiamo rimanere ancorati per affrontare le nuove sfide che propone lo stato evolutivo del mondo in cui ci troviamo attualmente come specie umana.
Citando C.Daniele: nostro compito diventa “ribadire la specificità dell’umano, capace di pensiero, decisione (coscienza-anima), di agire morale in vista del bene, credere, desiderare, sognare, responsabilità, riflessione, creatività, sentimenti, emozioni che non sono solo il frutto di combinazioni o calcoli esatti a livello neuronale, biologico secondo processi neurofisiologici”.
E’ vero che IA si può concepire ed utilizzare come alto e sofisticato strumento tecnologico che ci viene in aiuto ma viste le implicazioni profonde che comporta e i cambiamenti che stanno avvenendo, ciò èpossibile solo se l’umano mantiene saldamente le redini della propria coscienza e libertà, determinando principi morali non negoziabili, su cui basare l’etica e svilupparla secondo le nuove necessità.
Intravvedo il pericolo concreto che l’uomo abdichi alla sua capacità di libertà, e accetti il condizionamento mentale di essere guidato da suggerimenti comportamentali determinati altrove. Purtroppo noto che ciò avviene anche nel mio ambito professionale: come medico ritengo di fondamentale importanza che le scelte professionali vengano guidate da una provata ed integrata elaborazione a livelli diversi, il che implica una capacità riflessiva, creativa e integrativa, di coinvolgimento, che pone al centro le persone ingaggiate nel delicato rapporto professionale e non un automatismo predisposto da algoritmi anonimi che ripropongono il parere della maggioranza.
Da qui nasce il desiderio che queste consapevolezze vengano condivise tra i professionisti impegnati in una così importante competenza sociale e il mio impegno a mantenere vive esperienze di vita come capacità di relazione, empatia, accoglienza, reciprocità, abnegazione, capacità di sacrificio, di dono e di gratitudine.