INCONTRO CON GIANCARLO CESANA 12 dicembre2025


-Professore di Igiene Generale e Applicata all’Università degli Studi di Milano Bicocca.

- Direttore del Centro Studi di Sanità Pubblica, presso la medesima Università, e della Struttura di Sanità Pubblica presso l’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza.

-Già Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, dal 2009 al 2015.

-Studia le relazioni tra fattori sociali e malattia. Sul tema è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e vari libri. Tra questi, “Medicina e Società” (Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2017).


Brevi note dall’intervento

Dopo un breve excursus sulla situazione sanitaria epidemiologico –economica italiana, il prof Cesana, sulla scia delle domande effettuate, ha esposto alcune considerazioni per aiutare un a comprensione più profonda del significato del profilo professionale medico – sanitario. 

Raccogliendo gli stimoli suscitati dal convegno sulla desistenza terapeutica tenutosi presso l’Ordine dei Medici di Torino il 18 ottobre 2025, di cui il presente intervento si pone in ideale continuità, rimane aperta la domanda su quale anima sostenga oggi la professione sanitaria, cosa permette di non ridurla a un mero tecnicismo in un momento in cui tutto sembra ridursi ad una standardizzazione, ad una misurazione sistematica dentro il lavoro quotidiano nei luoghi di cura. Da un certo punto di vista ci sono strumenti preziosi dal punto di vista diagnostico, terapeutico, ma dall’altra quello che è il senso della professione medica tende ad oscurarsi. La cura nasce da qualcosa che non è solamente la tecnica, è anche la capacità di donarsi. 

In una situazione in cui il sistema sanitario presenta pesanti criticità, come avviene qui in Italia, quello che è indispensabile è l’umanità di chi lavora; alle persone importa più l’umanità che non la tecnica. E’ necessaria l’umanità degli operatori, che diventino effettivamente protagonisti nel loro intervento, affinché possa realizzarsi una diversa qualità della vita. L’inizio del cambiamento della vita è un cambiamento di mentalità. 

Nel passato non si conoscevano le malattie, si conoscevano gli ammalati: era normale una posizione “olistica”, che prendeva in considerazione tutta la persona, ma successivamente, con lo sviluppo della medicina moderna, si assiste ad una frammentazione, la persona è fatta a pezzi, smembrata in organi dacurare, e spesso abbandonata nella sua ricerca di senso nella sofferenza. 

Nel III – IV secolo dC sono nati gli hospitali, soprattutto nelle case dei vescovi, dove venivano ospitati gli ammalati e i poveri, perché la povertà è madre di tutte le malattie, allora come oggi. Nella regola di S.Benedetto uno dei primi comandamenti è: cura gli ammalati prima di tutto. Prima di tutto si assiste lamalattia perché nella malattia si sperimentano i limiti che caratterizzano la nostra umanità e si può capire qual è la nostra consistenza, la precarietà della vita e la sostanziale dipendenza da Altro che ci precede. Negli hospitali, sempre più grandi, venivano ospitati anche i moribondi. Gli ospedali sono stati fatti non per curare, ma per assistere, anche perché per secoli si è potuto fare solo quello, essendo le effettive possibilità di cura estremamente modeste. 

Anche oggi ci troviamo nella situazione che sono molti di più i malati che non guariscono, rispetto a quelli che guariscono. Guarire: qualche volta; curare: spesso; confortare: sempre. San Camillo de Lellis ha fatto le regole per la perfetta assistenza al malato. San Giovanni di Dio (quello a cui si ispira il “Fatebenefratelli”) si è occupato in particolare dei malati psichiatrici, che vivevano legati, dimenticati da tutti. 

Ma non si può cambiare il mondo se non cominciando a cambiare se stessi. Facendo quello che dobbiamo fare e dicendo quello che pensiamo, quale è la radice della nostra posizione … perché la gratuità, questo senso positivo della vita propria e della vita altrui, è anzitutto un giudizio, una decisione. Come si fa a dare la vita a Cristo? L’inizio del cambiamento della vita è un cambiamento di mentalità. Lavorare insieme ci aiuta a capire per cosa siamo fatti, in che modo possiamo realizzare la nostra umanità. Non solo non ci siamo “fatti” da soli perché ci ha “fatto” qualcun Altro, ma tuttora non ci “facciamo” perché ci sono tantissimi fattori interconnessi. La nostra vita potrebbe essere abolita, cancellata da un momento all’altro. 

Non basta la generosità. La generosità è un impeto, ma poi inevitabilmente decade. Per essere sempre presenti ci vuole un giudizio, cioè una valutazione costante nel tempo, ci vuole una decisione, ci vuole sacrificio. 

Poi, nell’ambito del lavoro, nell’ospedale, dentro le situazioni difficili, sorge il richiamo all’ impegno a cambiare le cose quando non sono adeguate. E possiamo cercare di intervenire, in base alle nostre capacità e possibilità, per operare dei cambiamenti, perché ciò è possibile ad un soggetto che vive dentro la realtà della sanità, che conosce la sanità, che è impegnato in essa e che quindi si impegna anche per la società e per la collettività. 

L’impegno che dimostriamo è un segno per gli altri, richiama gli altri a collaborare a quella stessa positività. Dio vuole la nostra collaborazione, perché questo aumenta la possibilità di felicità per chi incontriamo. Il nostro carattere, le nostre caratteristiche, il nostro modo di essere e di stare nella realtà sono un dono che ci è stato fatto e che dobbiamo coltivare avendo stima di se stessi e di ciò che facciamo. 

L’unità, la condivisione è un elemento molto importante. Bisogna avere un motivo per essere uniti, non si può essere uniti senza una ragione. Il motivo può essere una banale convenienza o può essere un principio, un fattore che sostiene la vita, una ragione della vita. Questo è quello che colpisce di più. Perché la genialità proviene da una intelligenza affettivamente ricca. Il genio è quello che dice quello che tutti gli altri si aspettano di sentire ma non arrivano a pensarlo o a farlo. E questo è l’esito di una capacità di vedere, di partecipare alle cose che normalmente non c’è. Ed è quello che stupisce. E’ quello che trascina. I discorsi incoraggiano, gli esempi trascinano. Quello che trascina è l’esempio. Che ci sia una unità, soprattutto in un lavoro come quello che si fa in ospedale, è fondamentale. Tutto dipende da una equipe, da un gruppo, da una collaborazione, da una unità. L’unità serva a lavorare meglio.