LOREDANA PALERMO
Loredana Lapia* propone uno stralcio di vita vissuta, tratto direttamente dalla quotidianità.
*Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche, con formazione in Cure Complementari, lavora presso l’Ospedale Cotugno di Napoli
Il RACCONTO DI UNO SGUARDO
Loredana Lapia
Era un giorno d’inverno come tanti e come solito fare, preparavo le infusioni da somministrare ai pazienti trapiantati di fegato. All’epoca dei fatti agli epatotrapiantati le immunoglobuline venivano somministrate per via endovenosa.
Prima la visita medica, poi il controllo degli esami precedenti e solo successivamente si passava alla flebo.
Dieci pazienti quel giorno e fra loro la signora Maria (nome di fantasia). I suoi esami erano sempre in costante ascesa: colesterolo, trigliceridi, transaminasi, fosfatasi alcalina, esami che mostravano una sofferenza del nuovo fegato.
Alle domande del medico circa le sue abitudini alimentari, mai nessuna titubanza… la risposta era sempre “dotto’ mangio quello che voi mi avete scritto nella dieta!”; il medico non riusciva a capire.
Ma il suo verbale non coincideva con il non verbale. I suoi occhi profondamente tristi, lo stringersi le mani, l’agitazione della gamba sul pavimento, mi avevano fatto capire che forse quella non era la verità.
Arrivò il suo momento, quello della somministrazione, quello dove il contatto è ravvicinato, quello che ti porta a superare la bolla di protezione, quello che ti fa arrivare vicino alle persone, tanto da sentirne gli odori, quello dove l’ascolto attivo e l’assenza di giudizio stabiliscono connessioni profonde. Le dissi che i suoi occhi raccontavano una verità diversa da quello che diceva e fu proprio in quel momento che scoppiò in un pianto liberatorio confidandomi la difficoltà economica in cui viveva lei e la sua famiglia a causa del licenziamento del marito e motivo per il quale si nutriva esclusivamente del cibo donato dalla parrocchia, ossia merendine e biscotti.
Lei aveva vergogna di confidarlo a chi faceva domande solo sul trapianto.
Le dissi che la flebo da sola non bastava, bisognava stabilire anche una relazione autentica. Fu così che mi offrii di essere la sua portavoce, in quel momento, per toglierla dall’imbarazzo.
E così feci... Appena possibile chiamai il medico in un' altra stanza e raccontai quanto la signora Maria mi aveva confessato... Restò immobile, gli occhi chiusi per un tempo più lungo del battito naturale delle palpebre mentre scuoteva il capo... ebbi la sensazione di aver colpito con un pugno nello stomaco. "Questo cambia tutto - disse a voce alta... - cosa possiamo fare". Ricordo che all' epoca dei fatti l' azienda forniva ai dipendenti ticket - mensa in formato cartaceo e solitamente il posto per conservarli era il portafogli... "pensavo di donarle tutti i ticket che ho in borsa" dissi al medico, così da non ledere la sua dignità. Fu una buona idea e fu così che raccogliemmo tanti ticket e li consegnammo alla signora, mentre singhiozzava in lacrime cercando di spiegare il tutto al marito che fino in quel momento era rimasto fuori ad attenderla. Da quel momento tornò a visita solo una volta e quel giorno era radiosa, con una nuova luce negli occhi. Ci raccontò che aveva venduto ed eliminato tutti gli oggetti che avevano in casa poiché stavano per iniziare una nuova vita verso una regione del nord, dove le due figlie partite in precedenza, avevano trovato lavoro. Ancora oggi, a distanza di anni, mi lascia gli auguri di buon anno pur avendo cambiato città e sento, ogni
volta, la potenza delle emozioni vissute con quella esperienza.